Recensione: "Decimo piano, interno quattro" di Mario Abbati

TRAMA:

Decimo piano, interno quattro di Mario Abbati è un romanzo coinvolgente in cui si susseguono e intrecciano sapientemente diversi generi narrativi, dal surreale al noir, dal realismo psicologico al distopico; come i diversi piani di un edificio l’autore riesce a mettere insieme architettonicamente i tasselli di una società ormai ripiegata su se stessa e molto vicina paradossalmente al totalitarismo del Grande Fratello orwelliano. Il protagonista è Aleandro Martinez, un trentacinquenne insofferente della propria vita, del lavoro e delle relazioni sociali, e proprio per questo improvvisamente decide di tagliare i ponti col passato andando ad abitare nell’appartamento di Barbara, una vecchia amica d’infanzia, costretta a trasferirsi dalla madre malata. Il nuovo domicilio, con le sue geometrie perfette e un alone permanente di quiete atavica, sembra il posto ideale perché Aleandro possa ritrovare se stesso, ma ben presto personaggi surreali e meccanismi perversi del condominio s’imporranno ai suoi occhi costringendolo a rinunciare ai punti fermi della sua vita mediocre per cadere in un vortice dove realtà e fiction televisiva si contagiano a vicenda.

 

RECENSIONE:

 

Il protagonista di “Decimo piano, interno quattro” è Aleandro Martinez, un uomo insoddisfatto della propria esistenza che decide di colpo di dargli un taglio netto. E ricomincia da zero cogliendo al volo l’offerta dell’amica Barbara di trasferirsi, temporaneamente, nel suo appartamento e fare le sue veci mentre lei sarà assente per dedicarsi alla madre ammalata.
L’alloggio è in un quartiere rispettabile dove ogni dettaglio è curato alla perfezione – in particolare la sicurezza dei condomini – situato all’interno di uno stabile di tredici piani di fronte al quale ne sorge uno praticamente gemello, ma disabitato.
Eppure, già dal primo giorno di permanenza, Aleandro si rende conto che c’è qualcosa che stona, una crepa nell’alone di perfezione che aleggia attorno al condominio… A partire dall’atteggiamento sospetto dell’usciere Antonio e poi proprio dal palazzo dirimpetto – quello che dovrebbe essere disabitato – ogni notte ciclicamente alcune luci dell’edificio si accendono in maniera a prima vista del tutto casuale, innescando nel nostro protagonista la voglia di comprendere cosa stia succedendo. Indosserà suo malgrado i panni di un impacciato detective determinato a sbrogliare questa fitta matassa di misteri, fiancheggiato dall’attempata vicina di casa, la signora Friske, e dalla voce della misteriosa Penelope.
Già nella sinossi ci viene anticipato che il romanzo presenta una commistione di generi; fortemente predominante è il noir, mentre l’elemento distopico si palesa in alcuni richiami a “1984” di George Orwell, la citazione che segue, infatti, è molto significativa:

 

«Tra la libertà e la felicità, la maggior parte degli uomini sceglie la felicità».

 

Ma anche, sebbene sia più “tenue”, all’ambientazione che strizza l’occhio a romanzi del calibro de “Il condominio” di J. G. Ballard e “L’inquilino del terzo piano” di Roland Topor, anzitutto per l’iniziale angosciante e quasi claustrofobica sensazione di essere sorvegliati in una casa dove non ci si sente al sicuro.
Devo ammettere che sebbene l’idea non sia del tutto nuova l’intreccio è gestito e sviluppato in maniera efficace. Lo stile di scrittura di Abbati cattura e avvince il lettore – anche se mi ha lasciata un po’ perplessa la scelta dell’autore di inserire alcuni momenti “di leggerezza”, a tratti no-sense – che si trova a sua volta incuriosito dalla segretezza che ruota intorno al complesso; la struttura stessa del romanzo presenta una sua peculiarità: è diviso in due parti speculari, a loro volta ordinate in tredici capitoli tanti quanti sono i piani degli edifici.

 

Al fine di non gravare troppo sul ritmo incalzante della narrazione la caratterizzazione sia dei luoghi sia dei personaggi – secondari e non – ne risente un pochino; sobria è l’aggettivo che calza a pennello, ma non è assolutamente una mancanza perché data la mole del romanzo (oltre 350 pagine) la presenza di descrizioni ridondanti e accessorie andrebbe a noia e a svantaggio di quella che è a tutti gli effetti una lettura accattivante.
Ho divorato questo romanzo in una manciata di giorni, segno inconfutabile che Mario Abbati è un autore da non perdere di vista.

 

Leggere Distopico

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