Recensione FUMETTO: "Hangar 66" di Max Bertolini

Ber ritrovati Amici Distopici, oggi parleremo di uno dei progetti più interessanti del panorama italiano. Nato dall’idea di coinvolgere la comunità social Hangar 66 ha rotto tutti gli schemi del fumetto all’italiana.

Ambientato in un’Italia post apocalittica, in cui meca giganti calpestano le macerie del mondo, ci trascina in una realtà cruda in cui non esiste più pietà per nessuno. Strizzando l’occhiolino a qualche cult del passato Hangar 66 trasforma il lettore in un disperato osservatore, soprattutto grazie all’abilità di Max Bertolini. Ogni tavola vive di migliaia di dettagli realizzati con una precisione tale da impedirci di passare oltre dopo una veloce occhiata.

Citazioni, riferimenti e uno stile che esce dai canoni all’italiana rendono quest’opera una grande anticipatrice del cambiamento. Non c’è una traccia unica e inconfondibile, il tratto e il gioco di ombre italiano si fonde con dinamiche asiatiche e geometrie americane. I personaggi, rudi al limite del grottesco ma violentemente credibili, non hanno le delicatezza di farsi amare. Si mostrano per quello che sono, sta a noi decidere in che modo farceli piacere.

Non posso dirvi molto di più ma sono certo che, se andate a sbirciare qualche immagine o la comunità di Hangar 66, capirete perfettamente di cosa sto parlando. Forse non piacerà a tutti ma di certo non è un fumetto che passa inosservato.

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