Recensione: “La città dell’orca” di Sam J. Miller

Trama

Qaanaaq (notate il palindromo del nome, ci ho visto molto già in questo particolare n.d.r) è una straordinaria città galleggiante nell’Oceano Atlantico, una meraviglia tecnologica dotata di riscaldamento geotermico e intelligenze artificiali: l’ultimo baluardo di civiltà in un mondo devastato dalle guerre climatiche. Gli abitanti di Qaanaaq si sono adattati a un nuovo modo di vivere complesso ma sostenibile.
Qualcosa però sta iniziando a sgretolarsi: crimine e corruzione sono in crescita, l’incredibile ricchezza dei fondatori, in contrasto con la povertà estrema degli ultimi arrivati, sta fomentando divisioni e generando disordini, e una malattia sconosciuta sta decimando la popolazione.

L’equilibrio è pronto a spezzarsi quando l’arrivo di una donna accompagnata da un’orca assassina, con un orso polare incatenato al suo fianco, attira l’attenzione di tutta Qaanaaq. Le voci sull’orcamante si propagano come un incendio tra gli abitanti. Fill, Ankit, Soq e Kaev vedranno la loro vita travolta dalla sua presenza. Saranno costretti a fare i conti con il passato per tentare di cambiare la storia di Qaanaaq prima che la città si spezzi sotto il peso del suo stesso deterioramento.

Recensione

Blackfish city è il nome originale del romanzo con il quale Sam J. Miller ha vinto il John W. Campbell Memorial Award 2019.

Riconoscimento meritato, devo ammettere. La città dell’orca è una pietra miliare nel panorama dei libri distopici, su questo non vi è alcun dubbio; a differenza di numerose altre opere che si autocelebrano come distopiche, esprime al meglio il genere, riuscendo a emozionare anche gli oppositori più accaniti. Infatti l’autore evita la noia, la solita minestra riscaldata, arricchendo l’intreccio di elementi fantasy, con pennellate che rievocano le gesta dei supereroi e delle supereroine.
Questa mia considerazione potrebbe indurre il potenziale lettore a ritenere il libro un passatempo da risolvere in poche ore di lettura. Così non è.
Sam J. Miller ha redatto un manifesto contemporaneo, una denuncia sociale sottile e leggera nella voce ma potente ed efficace negli intenti. Troviamo infatti, tra le righe, il monito a riflettere su condizioni sociali trascinate senza il conforto di una soluzione.
Di conseguenza, sin dalle prime righe, l’autore costruisce l’impalcatura delle miserie umane e inizia con il più terribile degli spauracchi. Ecco la malattia in tutta la sua virulenza, narrata in risvolti futuristici e prettamente fantascientifici, che sottende però a modalità, sintomi e risoluzione di una piaga mai debellata, serpeggiante e ignorata dai più giovani dei nostri giorni: l’AIDS.
Si continua con l’immersione in un mondo stravolto dai cambiamenti climatici benché sempre uguale a sé stesso in merito a disuguaglianza e ingiustizia sociale.
Miller però introduce una variante per tentare di modificare lo status quo, inanellando un mix di situazioni cyber/fantasy davvero originali e coinvolgenti, lasciando al lettore il compito di scegliere se concedersi la speranza o rassegnarsi al peggio.
Il romanzo è un concentrato di così numerosi concetti, visioni, trovate inconsuete da lasciare un po’ disorientati. Così provvidenzialmente compare il tratto dello scrittore di mestiere, del professionista: un’escamotage stilistico evita l’effetto infodump e fornisce tutte le informazioni utili per continuare la lettura con serenità. Nel contempo questa didascalica trovata si trasforma nella voce della regia, un elemento super partes dotato di vita propria sebbene quasi denigrato a banale mappa cittadina.
L’ambientazione è leggermente sacrificata affinché personaggi e intreccio possano sbocciare in tutta la loro potenza narrativa.
Difficile dire chi è il vero protagonista, chi è la persona, o l’animale, con il quale si riesce a empatizzare; li ho amati tutti, azzardo ad affermare, persino i più odiosi. Da segnalare Soq, figura genderqueer moderna, della quale ho compreso e approvato le potenzialità sottese dall’autore. L’unica mia perplessità riguarda il legame un po’ melodrammatico tra alcuni personaggi, ma questo è un particolare tutto sommato trascurabile nell’imponente architettura del romanzo.
L’ultima osservazione riguarda la “Nota dell’autore all’edizione italiana“. Ho apprezzato moltissimo la riflessione di Miller in merito alle sue personali ragioni nella stesura del romanzo, la reputo un’idea eccezionale. Condividere il proprio stato d’animo, le proprie idee in merito allo stato attuale della società, le proprie emozioni esplicitate nella narrazione, coinvolge il lettore in maniera profonda inserendo il romanzo in una dimensione reale e quasi dialogica davvero inconsueta per questo mezzo di comunicazione. Chapeau.
In merito all’opera di traduzione, il mio plauso va a Chiara Reali. Sarebbe interessante leggere l’opera nella versione madrelingua; ad ogni modo si percepisce nettamente il lavoro duro e complesso della trasmigrazione da una creazione mentale dell’autore a un lessico comprensibile e visualizzabile dal lettore, di nuovo ricordando Soq.
L’ultimo riconoscimento, ma non meno importante, va agli editori di Zona 42, per aver portato in Italia questa perla letteraria e per aver creato una delle copertine, a mio parere, più riuscite tra quelle realizzate in tutto il mondo.

Photo credit by: sito di Sam J. Miller, copertina americana disegnata da Will Staehle.

Consiglio la lettura.

A presto.
Romina Braggion

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