Recensione: “L’isola di plastica” di Marco Caponera

Buongiorno dystopian people,

oggi vi rubo qualche minuto per parlarvi dell’ultimo romanzo che abbiamo letto per voi: L’isola di plastica di Marco Caponera.

TRAMA

Stanchi delle solite vacanze? Allora è tempo di provare l’ebbrezza di vivere tra rifiuti galleggianti nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico e godere dei comfort del residence Beautiful Garbage, costruito con pura plastica riciclata. Un trentenne ansioso e mezzo alcolizzato, un Gesù di plastica sboccato, una bambola gonfiabile nevrotica e una coppia gay in crisi saranno lieti di farvi vivere un’esperienza irripetibile.

RECENSIONE

Come si può intuire dalla trama si tratta di un romanzo “leggero” e al limite dell’ironico, una narrazione distopica all’interno della nostra realtà basata su un presupposto che scoprirete solo leggendo la storia (se faccio spoiler la Boss mi sgrida).

La narrazione è molto intimista e per 34 pagine siamo esclusivamente in compagnia dell’improbabile custode dell’isola, un giovane uomo vittima della sua ignavia e di una dipendenza da gin. In crisi d’identità decide di accettare l’incarico di custode della nuova frontiera delle vacanze avventura, il Beautiful Garbage è un albergo che è stato costruito sull’enorme isola di plastica galleggiante che si è formata al centro dell’oceano.

Privato di ogni confort e di ogni contatto con la terra ferma il giovane deve accogliere i primi due turisti per condurli attraverso un’esperienza che non ha eguali sulla Terra.

La storia parte piano e la prima parte è dedicata esclusivamente alla contestualizzazione dell’ambiente, solamente dopo il primo terzo della storia emergono le peculiarità di questo romanzo e il mix di personaggi surreali che lo popolano.

Ho apprezzato l’idea e devo ammettere che il Gesù di plastica mi ha fatto sorridere tanto quanto mi ha intristito la profonda solitudine della bambola (parlo di loro solo perché sono citati nella trama). Proseguendo con la narrazione emergono altre entità che non posso rivelarvi e ci sono anche degli spunti di riflessione che che danno un senso logico alla storia.

Purtroppo, ebbene si c’è un purtroppo, in alcuni casi ho trovato i personaggi leggermente stereotipati e privi della giusta “credibilità”. So che la credibilità all’interno di un paradosso in cui troviamo un Gesù di Playmobil può sembrare un concetto assurdo, e penso che le macchiette caricaturali che emergono siano di una scelta voluta dall’autore per estremizzare i dialoghi e le situazioni, per adattarli al testo e all’ambientazione surreale che si respira durante la lettura. La mia è solo una percezione molto personale che non ha nulla a che vedere con la storia, è più una cosa legata al senso di alcune frasi o di alcuni atteggiamenti a margine del racconto principale.

In pratica sto parlando di quisquiglie 🙂 che non hanno nulla a che vedere con la storia.

Attendo di sapere cosa ne pensate.

A presto

Delos

Leggere Distopico

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