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Recensione: “Lo sfasciacarrozze” di Alessandro Pedretta

Salve gente distopica e simile.
Oggi parliamo per un po’ dell’autore che ha dato vita (insieme ad altri) alla rivista web da molti ambita: “La nuova carne”. Precisando, parliamo del suo libro “Lo sfasciacarrozze”.
E unendo queste due informazioni, devo dire che mi spiego un po’ di cose. Ma andiamo con ordine.

TRAMA:

Nella campagna dell’hinterland si nasconde un mondo postumano. È reale oppure si tratta del fiorire di deliri, visioni e mancanza di punti di riferimento spaziotemporali? Il paradosso di una società che plasma la mente e la materia si concretizza nella presenza di uova aliene, il cui comportamento prende forza dallo sfruttamento umano della società stessa.
A cavallo tra il cyberpunk e le suggestioni di realtà adiacenti, tra il weird e Ballard.

RECENSIONE:

E dunque? Di cosa parliamo? Devo ammettere di non averci capito un granché, all’inizio.
Leggendo la trama ora, dopo aver finito il libro, riesco a decifrare la sintesi, perché sì, questa può essere la sintesi (una delle tante) del libro.
Dicevamo, di cosa si parla? Si parla di Pietro, nostro protagonista che ci narra la storia in prima persona, al presente. Il primo capitolo tratta della macchina di Pietro che si è fermata in una rotonda e del protagonista che si guarda intorno per cercare aiuto: dovrebbe essere l’occasione giusta per far
ambientare il lettore nel mondo nel quale si è appena tuffato e l’autore ne approfitta a modo suo – e ci arriveremo anche, al modo suo.
Pietro trova uno sfasciacarrozze e qui incontriamo due personaggi, Zosimos e Corrado, i veri protagonisti della storia, seppur narrata da Pietro.
Sì, ma cosa c’entrano le uova aliene? Be’, nulla, perché non sono uova aliene, ma – se ho capito bene – uova di nuovi esseri terresti: i cromo. Fatti per lo più di oggetti di scarto delle varie automobili ammucchiate nell’autodemolizioni, quando i cromo muoiono, si crea al loro interno un
uovo: ci penserà Corrado e il suo bisturi a estrarre da questi esseri le uova e venderle a una gang di sudamericani. E fermiamoci qui con la storia, mi limito ad aggiungere che, in qualche modo, queste uova influenzano – sia a livello fisico che di percezione – gli umani. Non sono riuscito a trovare
uno scopo a tutto questo, ma sì: superati alcuni ostacoli, la storia mi ha incuriosito.

Per quanto riguarda i personaggi, be’, che dire?

Pietro è caratterizzato, sì, ma non riesco a capire se è Pietro a parlare e a mostrare i suoi ragionamenti al lettore, o è lo stesso autore. Ma sì, Pietro ha il suo carattere alla fine – che può poi coincidere con quello dell’autore o meno.
Ha le sue fobie, si fa le sue pip… elucubrazioni mentali sul mondo – tante elucubrazioni mentali – ha il suo modo di vedere il mondo e di affrontarlo.
Lo stesso per Zosimos e per Corrado: a livello caratteriale possono essere distinti tra loro e questo è piacevole.
Meno carattere abbiamo nei vari sudamericani, ma okay, questi sono molti e, seppur importanti nella storia, la loro anima può essere trascurata: l’autore, il più delle volte, si è limitato a distinguerli attraverso aspetti fisici. Ho apprezzato anche questo, devo ammettere.

Lo stile invece, ecco, qui, secondo il mio umilissimo parere, l’autore pecca. Pecca molto. Pedretta ha un lessico meraviglioso, complesso. Ma non esita a fartelo capire, non esita a buttarti in faccia termini criptici a ogni paragrafo, non manca occasione di lanciare similitudini a destra e a sinistra, non ha problemi a farti vedere l’intero lessico che è in grado di usare. Ogni frase sembra studiata per essere “intellettuale”.
Ne risulta una lettura non scorrevole: più volte ho dovuto rileggere qualche paragrafo per capire cosa volesse dire, dove volesse andare a parare o se semplicemente quel paragrafo c’entrasse qualcosa con la storia. Sì, sono gusti: lo stile può piacere o meno. Ecco, a me non è piaciuto: spesso e volentieri, quando la storia iniziava a guadagnare un po’ di ritmo, questo veniva smorzato a causa di similitudini inutili e complesse o di domande sull’umanità che, in quel momento, a me non interessavano. Una storia deve far riflettere, okay, ma non anche durante l’azione. Non a ogni riga.
La parte positiva dello stile è che, a forza di ragionamenti del protagonista – o dell’autore – qualche spunto qua e là, prima o poi, si afferra.

È un libro che può far riflettere a ogni singolo paragrafo – cosa eccessiva, a mio avviso, ma ripeto: sono gusti. Un libro che riesce a chiedere molto al lettore, invitandolo a rispondere interiormente. Un libro che dà anche qualche risposta qua e là, ma soprattutto che chiede.
Credo di aver colto anche un messaggio universale della storia: la tecnologia è il futuro. Tuttavia, non sono riuscito a capire se è una critica o un omaggio alla tecnologia.
Quindi, il libro mi è piaciuto? A dire la verità, non lo so. L’ho odiato più volte e l’ho amato altre.
Questo fa sì che la bilancia non si sbilanci. Forse non è per tutti, forse è per molti.
Se riuscite a superare il primo capitolo e lo stile vi piace, allora sì, ve lo consiglio.

Alex Coman

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