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Recensione: “Pazze di libertà” di Silvia Meconcelli

Buongiorno ^_^

Oggi torno a parlare di un paio di argomenti che mi stanno a cuore. Ovvero la vita nei manicomi e la discriminazione nei confronti delle donne. Cosa hanno a che vedere con la Distopia? Moltissimo!

Il romanzo di Silvia Meconcelli “Pazze di libertà“, edito da Alter Ego, vi aiuterà a comprendere in nesso.

TRAMA:

Il sole è alto nel cielo quando Maria si risveglia in un luogo che non conosce, ma le bastano pochi attimi per capire che non sarà una giornata come le altre. La luce esterna proietta sul pavimento l’ombra delle sbarre che bloccano la finestra, la porta è serrata e il letto in cui si ritrova non è il suo. Le lenzuola sono rigide, i muri segnati dai graffi. Un manicomio. Ma lei non è pazza, non può permettersi di restare lì, fra le urla delle altre internate e gli orrori dell’ospedale psichiatrico. Fuori c’è Lucio che l’aspetta. Sullo sfondo di una Grosseto segnata dalle bombe, dalle razzie e dalla lotta partigiana della seconda guerra mondiale, si muovono le vite delle donne che provano a farsi spazio in un mondo governato dagli uomini. E Maria funge da portavoce e da esempio per ognuna di loro.

RECENSIONE:

La storia è ambientata in Italia, più precisamente a Grosseto, durante la seconda guerra mondiale.

Maria è una giovane di bell’aspetto e con quel pizzico di superficialità tipico di chi deve ancora scontrarsi con la vita. Grazie al ruolo politico del padre fascista, non conosce la miseria né tanto meno il terrore che si aggirano per le strade della cittadina.

Un giorno si invaghisce di un giovane calzolaio e fra loro nasce una storia d’amore pericolosa. Lucio infatti, è un sovversivo.

Fino a qui, potreste pensare che si tratti di un romanzo sentimentale, che racconta le difficoltà di una copia il cui amore viene ostacolato dalla guerra.

Invece no. Nel romanzo c’è anche questo, ma il nocciolo della storia è un altro.

Un giorno, Maria si risveglia all’interno di un manicomio. Non ha idea di chi l’abbia fatta internare e del perché. Nel suo ventre pulsa una vita innocente e lei farà di tutto per proteggerla.

Una storia, quella di Maria, che testimonia la sventura toccata a moltissime donne durante quegli anni (e non solo).

<Ma io, io…> biascicai, <perché sono dentro io?>

<Tu sei stata internata con la diagnosi di isteria. Con questa patologia vengono rinchiuse molte donne per fini repressivi, quelle che costituiscono una minaccia per lo Stato>.

Donne colpevoli di omosessualità, donne vittime fatte passare per carnefici, donne troppo intelligenti o intraprendenti, donne ingestibili. Queste donne venivano tutte considerate pericolose e quindi rinchiuse.

La storia di Maria potrà anche essere frutto dell’immaginazione di Silvia Meconcelli, ma è una testimonianza di verità.

Ogni volta che mi immergo in romanzi come questo, non posso fare a meno di pensare che al posto di Maria, ci sarei potuta essere io (o voi). Oggi le cose vanno meglio, o almeno così sembra, ma non dobbiamo mai dimenticare il passato.

I miei complimenti all’autrice, che ha saputo trasmettere gli orrori di quel periodo, visti e provati dalle donne. E un ringraziamento anche alla Casa Editrice per aver dato spazio a questo testo.

Un saluto dalla vostra Distopica

Liliana Marchesi

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