Mysterious Writer

Mysterious Writer: Nicoletta Vallorani

Salve amici del bunker! Sono super emozionata nel presentarvi quest’articolo perché mi è stata data la possibilità di porre alcune domande a Nicoletta Vallorani. Conosciamola meglio e scopriamo qualche dettaglio in più sul suo nuovo romanzo “Avrai i miei occhi” che ho già letto e recensito per voi qualche settimana fa. Ma prima di passare all’intervista vera e propria, eccovi qualche accenno biografico:

Nicoletta Vallorani scrive fantascienza dall’inizio degli anni ’90, e questo fa di lei una veterana del settore, nonostante la sua ostinazione nel considerarsi sempre pronta a crescere. Lettrice onnivora e docente di Letteratura inglese e angloamericana all’Università degli Studi di Milano, ha esordito con Il cuore finto di DR (Premio Urania nel 1993, tradotto in Francia da Rivages), per poi continuare a scrivere seguendo la doppia pista del noir e della fantascienza. A La fidanzata di Zorro, il primo di quattro romanzi “nomadi” (come tematiche e come editori: Marcos y Marcos, Einaudi, VerdeNero), è stato assegnato il Premio Zanclea nel 1996, e la serie è stata pubblicata in Francia da Gallimard. Le madri cattive (Salani – Petrolio, 2011), un romanzo scomodo e difficile sull’infanticidio, si è aggiudicato il Premio Maria Teresa Di Lascia nel 2012. Nicoletta Vallorani vive a Milano con molte contraddizioni.

Lei è una donna dai mille talenti. Si è cimentata con molti generi letterari e tutti diversi, ha anche vinto il Premio Urania del 1992. Com’è cambiato nel tempo il suo rapporto con la scrittura? Percepisce delle differenze sostanziali dall’esordio a oggi?

Sono cresciuta come scrittrice, credo. Ho lavorato seriamente, per molti anni: la scrittura è anche talento, ma il talento non basta. Ci vuole lavoro, ed è una fatica quotidiana. Soprattutto, il lavoro non ha genere sessuale. In nessun genere letterario, gli uomini sono biologicamente più bravi delle donne.


Il 27 gennaio di quest’anno è uscito, per Zona 42, il suo ultimo romanzo “Avrai i miei occhi”. Le va di illustrarci l’idea di partenza che l’ha spinta a scriverlo?


L’idea di partenza sta nella cronaca. Le donne vengono violate, discriminate in molti modi, ridotte al silenzio, dimenticate. Noi siamo le invisibili. Quando il nostro corpo diventa un oggetto violato e senza respiro, finiamo nelle pagine di cronaca. Non c’è modo di girare intorno a questo. E’ un fatto, e una società civile deve occuparsene. Io lo faccio nel mio modo. E scrivo. Avrai i miei occhi è un atto di resistenza. Il mio.


All’inizio del libro è volutamente poco chiara la natura dei personaggi femminili. È sottile quel confine tra donna-oggetto e individuo che pensa con la sua testa e prova dei sentimenti. Nel suo romanzo a morire sono le donne, quindi, uno dei temi portanti è decisamente il femminicidio. È un tema che ha voluto trattare intenzionalmente o che è si è sviluppato in fase di stesura? Vorrei ci parlasse anche delle emozioni che ha provato visto l’argomento così spinoso e se ha mai pensato, anche solo per un momento – in corso d’opera – ad un ribaltamento dei ruoli ovvero far sì che le vittime siano gli uomini.

No, non l’ho mai pensato. La mia idea di scrittura corrisponde a quel che scriveva Lyotard quando distingueva tra la Storia ufficiale, che di uomini racconta in abbondanza, e le piccole storie di chi non ha la “stanza tutta per sé” della quale parlava Virginia Woolf. Per quanto lo si dimentichi troppo spesso, chi racconta ha un compito etico. Lo spazio che guadagna non deve essere autoreferenziale, ma riferire dello stato di una comunità. Riparare i danni, dare voce alle coscienze.


Chi, come me, ha già avuto modo di leggere “Avrai i miei occhi” si è reso conto della commistione di noir e distopia. Due generi che apparentemente sembrano cozzare tra loro, ma condividono quelle atmosfere pregne di angoscia e solitudine. Quanto è stato arduo far funzionare questa combinazione? Da autrice, la preoccupano – ed eventualmente, quanto – le definizioni di genere assegnate a una determinata opera?


Non mi sono mai posta il problema. Non ho deciso a quale genere volevo appartenere, e che tipo di taglio volevo dare alle mie storie. Luigi Bernardi diceva che la mia scrittura è un atto di libertà. Le etichette sono un vestito stretto. Servono agli editori, ai critici e ai librai. Alle scrittrici e agli scrittori, no. A meno che non decidano di proposito di abbracciare un genere di successo. E’ quello che è successo in Italia al poliziesco, e che in buona parte lo ha danneggiato.

Nei ringraziamenti a chiusura del libro afferma che questa storia è stata rifiutata da molte case editrici per dei futili preconcetti sul genere fantascientifico. Direi che la pubblicazione di “Avrai i miei occhi” sia da ritenersi una vera e propria avventura editoriale. Com’è il suo rapporto con il “rifiuto” e com’è arrivata alla Zona 42?


Essere rifiutati non è mai una bella esperienza. La vita mi ha insegnato un’autocritica che non ho mai dimenticato di mettere in pratica, però devo capire perché una storia viene rifiutata. Oggi gli editori che spiegano sono pochi, perché pochi sono quelli che leggono. Zona42 è un editore che legge. Legge davvero, non per finta. Funziona sulla base di un giudizio circostanziato, e agisce in modo molto etico. Si può criticare il metodo, magari, ma lo si comprende. Per questo Zona42 è uno degli incontri editoriali migliori che mi siano mai capitati. DI sicuro, in tempi recenti, il migliore. E non perché hanno pubblicato il mio romanzo, ma perché davvero lavorano bene. E credendoci.


Crede sia possibile un concreto cambio di approccio nei confronti della fantascienza, magari svecchiandola da quell’etichetta che lo addita come un genere “sottovalutato” e di nicchia? Se è sì, come.


Scrivendo bene. Rivendicando la qualità della propria scrittura. Facendo rete, senza mettersi a litigare su motivi imbecilli (tipo se la fantascienza sia un genere maschile o femminile). E poi creando spazi di dibattito onesto, anche di conflitto, perché il conflitto – se ben argomentato – serve immensamente a crescere. Ovviamente, questo accade quando non ci si ferma alla superficie delle cose, che in modo tragico è quel che oggi accade quasi in ogni campo.


Ci sono dei libri e\o scrittori di riferimento che ritiene abbiano influenzato il suo modo di scrivere? Se è sì, quali.


Leggo tanto. Adoro Joseph Conrad, Angela Carter, Omero, Melville, Octavia Butler, i miti greci, Shakespeare … non saprei dire che cosa mi abbia influenzata di più. Amo anche la vita, osservare le dinamiche del mondo in cui vivo, raccontarle. Difficile dire che cosa abbia contato di più nella mia formazione. Ma io sono tutte queste cose insieme, comprese le mie letture Soprattutto le mie letture.


Le va di raccontarci qualche retroscena sul suo processo creativo? È una scrittrice metodica che segue rigorosamente uno schema ben preciso o preferisce trarre ispirazione da ciò che la circonda per poi mettere insieme il tutto cercando di dargli un aspetto più armonico?


Nessuno schema, a parte la serietà del lavoro. Rispetto profondamente il lettore. Rispetto le parole, e credo che vadano usate con consapevolezza. Il resto è anarchia. Il caos si riordina a dispetto del suo creatore. Ma è mobile. Forse l’unica regola che ho è questa: capire la direzione che prende il processo creativo, e seguirla.

Penso non ci sia altro da aggiungere se non ringraziare di cuore Nicoletta Vallorani per averci dedicato il suo tempo e farle un grosso in bocca al lupo per la sua carriera da autrice. Continuate a seguirci sul nostro sito e gruppo per non perdervi altri articoli interessanti!

Elisa Raimondi

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