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Recensione: “Le affacciate” di Cristina Perali

Un libro estremamente attuale e realistico in quanto si tratta di una storia che può facilmente assomigliare o addirittura eguagliare quella di una moltitudine incredibile di persone.

Si empatizza molto con la storia anche grazie all’ambientazione italiana e per la scelta di raccontare di vicende della nostra epoca.

Ciò che si legge riguarda la vita di una giovane donna di nome Nina che ha appena perso il lavoro; la sua era una routine frenetica, molto attiva, frettolosa e quasi fastidiosa a quanto sembra.

Lo stress che accompagnava le sue giornate lavorative veniva strumentalizzato sul web, perché sembrava funzionare e attirare l’attenzione di una moltitudine di utenti sempre connessi.

È curioso notare come effettivamente siano le lamentele e lo stress quotidiano ad essere gli argomenti più apprezzati e che più suscitano empatia. 

Sarà che è normale sentirsi più vicini a qualcuno che ironizza sui piccoli fatti quotidiani legati al lavoro, anche se però è triste notare come invece anche la protagonista stessa (specchio della società) non riesca a provare le stesse sensazioni con chi invece ha davvero qualcosa di più significativo da raccontare.

Nel momento in cui viene licenziata, Nina sembra essersi persa in un vuoto a cui prima probabilmente non aveva prestato attenzione. Vuoi per l’eccessiva attenzione ai social network o per la fretta che l’ha accompagnata sempre nelle sue giornate. 

Si rende anche conto di quanto sia in realtà sola e indifesa davanti al mondo; priva di stimoli, di vere passioni, di vero senso critico. 

Gli stessi legami con le persone sembrano deboli e superficiali; funzionano solo attraverso chat e commenti online.

Nina ha una vita sociale praticamente inesistente: è limitata ai social su cui scambia semplicemente commenti o messaggi con degli utenti casuali, oppure ai pochissimi legami instaurati con gli ex-colleghi. Anche Anna, quella che si capisce essere una sua cara amica è più virtuale che reale.

Le conversazioni via messaggio con quest’ultima vengono scritte in breve, in modo alternato proprio all’interno dei capitoli, ed è molto utile leggerle per poter capire quanto siano effettivamente superficiali e prive di un vero interesse reciproco.

Ciò non aiuta Nina in quanto persona completamente alla deriva; il fatto di non avere un lavoro l’ha fatta sentire così sconnessa dal flusso della vita che quasi sembra bloccata anche a fare delle piccole e semplici azioni quotidiane. 

Non ha un lavoro e quindi sente che non può uscire, non può comprare qualcosa, non può farsi vedere, non può rispondere alle domande delle persone, non agisce per trovarne un altro e non sa quale sia il senso della sua vita. 

È come se la sua esistenza sia basata sul servire gli altri rispondendo alle loro esigenze; ciò che la riguarda in prima persona rimane velato, ignorato. Per tutto il tempo ci si chiede: “ha autenticità questa donna? perché non reagisce? perché non agisce?”

La storia é generalmente lineare, anche se una svolta avverrà grazie ad un incontro casuale con una donna anziana che vive nel suo stesso palazzo.

Nina incontrerà e conoscerà grazie a quest’ultima, altre due donne apparentemente miserevoli, con cui spera di risollevarsi l’umore gioendo di vite altrui più sfortunate. In realtà questo incontro aiuterà la nostra protagonista ad arrivare a una forte e chiara consapevolezza sulla sua evidente condizione di alienazione.

Una consapevolezza che saprete cogliere nell’epilogo finale di questo racconto semplice ma veritiero. Il testo non cade nella banalità e rimane alto il coinvolgimento emotivo. È scorrevole ma autorevole; l’autrice sa di aver chiaramente posto l’attenzione su una società schiava dell’immagine e delle apparenze; una società molto criticata ma a cui è facile e ingenuo piegarsi.

Angelica Cason

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