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Recensione: “I sognatori” di Karen Thompson Walker

Salve gente che ama la distopia!

Rieccomi qui per parlarvi di un altro romanzo che prende l’umanità e la getta in un ambiente apocalittico; come da titolo, parliamo di “I sognatori” di Karen Thompson Walker (DeA Planeta libri, tradotto da F. Zago).

Vi incollo la sinossi:

Silenzio, come quando nevica. Una pace gelida, totale, a intorpidire le membra. E poi sogni, profondi quanto oceani, uno dopo l’altro, senza tregua. È ciò a cui va incontro chiunque si ammali del misterioso “virus di Santa Lora”, dal nome della cittadina in cui tutto ha avuto inizio. È una tersa notte di inizio autunno quando una studentessa del college del piccolo centro californiano si allontana da una festa in anticipo sulle compagne, si lascia cadere sul letto e non si sveglia più. Passano pochi giorni e il contagio dilaga. Sebbene le autorità si affrettino a mettere il college in quarantena, il morbo non cessa di mietere vittime: di casa in casa, di famiglia in famiglia, di sogno in sogno, Santa Lora soccombe alla misteriosa epidemia. Ma dentro l’involucro di quei corpi immobili, nei recessi di quelle coscienze sprofondate in un sonno che prefigura la morte, un turbinio instancabile di visioni, falsi ricordi, mezzi presagi – ora indecifrabili, ora più lampanti della realtà stessa – rimescola e sconvolge i destini di tutti. Romanzo corale sui temi dell’amore, del tempo che passa e del senso della vita, “I sognatori” scava a fondo nei personaggi e nelle dinamiche di una comunità in pericolo per disegnare la mappa definitiva delle nostre paure, dei nostri infinitesimali trionfi e delle nostre vulnerabilità.

Molto attuale, non vi pare?

In effetti, ho trovato diverse similitudini tra la realtà dell’inizio di questo 2020 e quello che succede nel romanzo. Le misure di sicurezza che vengono prese in ritardo, le prime pagine del libro che rispecchia quello che stiamo vivendo. Ma qui si parla di un virus che fa dormire la gente, che la fa sognare; un virus sconosciuto, del quale i ricercatori non capiscono molto. Devo dire che la sinossi mi aveva incuriosito e la trama va avanti con un semplicità che quasi nasconde il (sicuramente) duro lavoro dell’autrice.

Cercando di evitare gli spoiler, la malattia fa cadere le vittime in uno stato di sonnolenza perenne, con il rischio di morire disidratati o altro in mancanza di qualcuno che si prenda cura di loro. Il virus si diffonde nell’aria, almeno è questo che viene lasciato intendere, ma anche stazionando sulle superfici, con il contatto fisico. E le vittime sognano. Solo verso la fine capiamo veramente perché i sogni sono importanti, ma io non vi dico altro. Dico solo che è stato piacevole leggere queste pagine. Non un vero e proprio thriller, anzi, qualcosa di molto più profondo.

Merito dei personaggi, a mio avviso. Devo precisare che non c’è un vero e proprio protagonista; il personaggio principale è la malattia. Molto simile a una serie tv, quindi, se mi passate la similitudine, dove la trama si svolge intorno a un evento, tirando in ballo varie comparse.

Ma sto divagando; dicevo, i personaggi: molto ben definiti, molto apprezzati. Abbiamo Mei nella quale moltissime ragazze timide si possono immedesimare facilmente, tra i problemi del college, delle amicizie, dei genitori che chiamano. Abbiamo Ben e Annie, due neogenitori ancora inesperti con la loro piccola; Sara e Libby, due sorelle sugli undici anni dal padre complottista; Matthew, personaggio secondario, studente del college con le sue idee etiche da rispettare; Catherine, psicologa intrappolata a San Lora durante l’epidemia e lontana da sua figlia. Insomma, senza stare a elencarli tutti, i personaggi, oltre che un aspetto ben preciso, hanno un carattere diverso tra loro e le loro azioni rispecchiano questo carattere. Cosa molto gradita: di fronte a una scelta che non ci si aspetta da uno dei personaggi si ha la sensazione di crescita caratteriale, di una sorta di formazione. Un grande esempio per quelli che vogliono scrivere qualcosa, una bella sensazione per i lettori.

La scelta della terza persona onnisciente di solito non la apprezzo (fatto soggettivo, come ho scritto anche altre volte), ma devo ammettere che in questo caso l’autrice ha saputo gestirlo molto bene, entrando nella mente del lettore; o almeno nella mia.

Molto scorrevole, ma anche capace di farti rileggere un paragrafo per un concetto interessante, il romanzo ha molti spunti sparsi tra le righe. I genitori che leggeranno il romanzo magari si soffermeranno sulle riflessioni di Ben con la sua bambina; gli adolescenti sulle riflessioni di Matthew o di Mei; o semplicemente i lettori saranno invitati a farsi domande sul futuro, sulla società o sulle masse grazie a quello che leggono tra le righe. Messaggi sparsi nei capitoli, per chi ama coglierli, trama scorrevole per chi vuole solo evadere.

Credo che alcuni criticheranno il finale, che ovviamente non voglio svelare. Io, personalmente, l’ho apprezzato. Non un happy end, non una tragedia, ma un finale come tanti altri, quasi elegante, a mio avviso. Qualcuno potrebbe vederci un deux ex machina, ne sono certo. Be’, invito costoro a rileggerlo con attenzione, il finale.

E visto che ci sono, invito tutti gli altri a leggere tutto il romanzo. Il mio parere è più che positivo.

Alex Coman

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