RECENSIONE: “Panopticon” di Jenni Fagan

Trama:

Nella desolata campagna alla periferia di Edimburgo svetta una torre di guardia. È il Panopticon, una struttura circolare, con tante piccole celle controllate dall’alto da un occhio invisibile.
Qui vengono rinchiusi i ragazzi senza speranza: i giovani disadattati, segnati per sempre da un’infanzia difficile. Come Anais Hendricks, 15 anni, che da quando è nata è passata da una famiglia all’altra, sballottata tra assistenti sociali e genitori adottivi. E adesso è accusata di aver mandato in coma una poliziotta.
Al Panopticon non sarà facile sopravvivere. Qui si viene spiati giorno e notte, studiati come cavie. Per non perdere la testa, il trucco è non pensare, non vedere, e magari affezionarsi agli strampalati compagni di sventura. Oppure inventarsi una meravigliosa realtà parallela…
Da una scrittrice scozzese di talento, l’erede di Irvine Welsh, un romanzo spregiudicato e spiazzante, pieno di humour e voglia di rivincita, con una giovane eroina indimenticabile.

Recensione:

Scozia, poco distante da Edimburgo si staglia il Panopticon: una sorta di carcere minorile dall’assetto a pianta semicircolare, con una torre di guardia posta al centro dalla quale è possibile osservare h24 il gruppo di ragazzi e ragazze “ospiti” della stessa. Un istituto correzionale che sembra uscito direttamente da 1984 di orwelliana memoria, data la miriade di telecamere sparse ovunque e un occhio vigile che li segue costantemente, pur lasciando loro delle piccole libertà.
Ci scontriamo subito con la caoticità della vita di Anais Hendricks, sarà lei la nostra risoluta voce narrante: un’adolescente alla deriva, di appena quindici anni, con una mente brillante e un trascorso segnato da degrado e trasgressione che le ha lasciato tante, troppe cicatrici.

[…] sono solo una ragazza col cuore di squalo.

Si tratta, pertanto, di un romanzo di formazione e tanti sono gli elementi che lo ricollegano a questo genere; si parla della nuova generazione, inquieta e disadattata, delle esperienze e i cambiamenti radicali che tracceranno una sostanziale evoluzione nella nostra Anais.

Uno young adult senza falsi moralismi e spaventosamente realistico caratterizzato da una scrittura che è una sferzata sulla pelle per quanto è ardita e che sfrutta a suo vantaggio lo slang giovanile.
Jenni Fagan ha una penna mordace e graffiante e ora mi è chiaro il perché venga paragonata al celebre Irvine Welsh. Egli ha una scrittura decisamente “respingente”; dolceamara e, allo stesso tempo, dissacratoria.
Di distopico – nel senso stretto del termine – c’è pochissimo, manca l’ambientazione apocalittica o irrimediabilmente segnata da un clima politico asfissiante. Tuttavia è proprio ciò che si trova a vivere la nostra protagonista da considerarsi “distopieggiante” ossia non poter più vivere la quotidianità come la conosceva, ma è obbligata ad adattarsi ad nuovo ambiente non proprio desiderabile.
Facendo una rapida ricerca su Internet, scopriamo che il Panopticon era già stato pensato addirittura nel 1791 dal giurista Jeremy Bentham, ma – per fortuna – rimase solo sulla carta pur essendo stato d’ispirazione per lo stesso Orwell e pensatori del nostro tempo quali Zygmunt Bauman e Paul-Michel Foucault.
Ci aggiriamo consapevoli negli anfratti di una pungente e amorale commedia nera, con toni quasi bordeline, un’analisi rapida ma acuta sulla perdita dell’innocenza e della sensibilità con un occhio critico rivolto alle ingiustizie sociali e al benessere dei minori.

Forse Dio è solo uno scienziato. Questo è tutto un esperimento finito male, e ognuno di noi, fino all’ultimo, è incasinato senza speranza solo per colpa di un qualche bordello chimico scoppiato nel tentativo di creare qualcosa di meno difettoso.

La narrazione è dinamica, merito della tecnica del flashback, si alternano brevi scorci del passato della protagonista per poi ritrovarci di nuovo nel presente, spesso anche nello stesso paragrafo.
Un libro non per tutti; il linguaggio è schietto e provocatorio, le parolacce non mancano, si parla di sesso e dell’abuso di sostanze stupefacenti… L’autrice sceglie di focalizzarsi su un tema doloroso ossia dinamiche familiari tossiche che costringono l’intervento degli assistenti sociali. Situazioni che porteranno i minori ad un’esistenza instabile, sballottati tra case-famiglia e istituti vari, ma anche ad avere contatti con la vita di strada e annessi pericoli.
L’interrogativo che sorge spontaneo durante la lettura è il seguente: sono vite irrimediabilmente distrutte, il cui percorso è già stato marchiato da una società che non sa concedere prospettiva alcuna che non sia veicolata da violenza, o c’è ancora una flebile speranza di redenzione?
Il romanzo assume, quindi, la funzione di feroce satira sociale su un mondo che crediamo di conoscere, ma di cui non sappiamo quasi niente, dove il marcio è ben dissimulato dall’indifferenza e nasconde squallore e una profonda solitudine.

Viviamo, moriamo, nel mezzo facciamo un sacco di stronzate, il mondo è zeppo marcio di omicidi, di odio, di stupidità; e per tutto il tempo quest’universo infinito ci circonda tutti, e tutti fanno finta che non ci sia.

Gli stimoli sono tanti, ma causano ben poche sensazioni. Forse è dovuto a questa esposizione così “politically incorrect” volutamente scabrosa o probabilmente per il distacco emotivo con cui racconta, fatto sta che non sono riuscita a provare alcuna empatia. Sebbene lo consideri un buon libro, interessante per tematiche e stile, non posso affermare di averlo amato. Tuttavia mi sento di consigliarlo a chiunque sia incuriosito da libri sulla gioventù allo sbando narrati da chi, di quella gioventù, ne è parte attiva.

Se volete saperne di più a riguardo, visitate il sito della Casa Editrice.

Elisa R

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