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Recensione: “La vita invisibile di Ivan Isaenko” di Scott Stambach

TRAMA

Ivan ha diciassette anni ed è uno degli ospiti dell’Ospedale per i bambini gravemente ammalati di Mazyr, in Bielorussia. Le radiazioni liberate nell’atmosfera dall’esplosione di uno dei reattori nucleari della centrale di Černobyl’ il 26 aprile 1986 gli hanno provocato gravi malformazioni, ma non ne hanno intaccato lo spirito acuto, l’intelletto straordinario e il vorace appetito per i libri. Ogni giorno sarebbe uguale all’altro, nella vita di Ivan, ma il ragazzo riesce a trasformare tutto in un gioco, al servizio del proprio divertimento. A scuotere la sua routine arriva, però, una nuova residente dell’ospedale, Polina. Ivan all’inizio non la sopporta. La ragazzina gli ruba i libri, sfida le regole del suo universo magico, si fa amare da tutte le infermiere. Ma in breve anche Ivan ne è attratto in modo irresistibile. Comincia così una storia d’amore tenera e coraggiosa, che consente ai due ragazzi di scoprire il mondo come mai avevano fatto prima. Fino all’incontro con Polina, Ivan si limitava a sopravvivere, in uno stato di orgogliosa distanza dalle cose e dalle persone. Ora vuole qualcosa di più: vuole che Polina resti viva.

RECENSIONE

La vita invisibile di Ivan Isaenko, di Scott Stambach, edito nel 2019 da Marsilio è qualcosa che va oltre il semplice romanzo.

Ivan Isaenko è un ragazzo realmente esistito. La sua storia è stata ricostruita dopo che furono ritrovati i suoi scritti in ciò che restava dell’ospedale per bambini di Mazyr, in Bielorussia. Nato deforme a causa delle radiazioni è stato abbandonato dalla madre a causa del suo aspetto fisico, condannato a vivere tra le mura di un ospedale in cui la morte era l’unica costante è sopravvissuto all’orrore trasformandolo in un gioco.

“Non ho metri di paragone, ma da quel poco che so del mondo esterno sono piuttosto sicuro che io e i miei compagni ci troviamo all’inferno. Per molti di noi, l’inferno è il nostro corpo; per gli altri, l’inferno è la nostra testa. E non c’è dubbio che, per ciascuno di noi, l’inferno siano le pareti di mattoni bianchi macchiate, vuote, asettiche, perfettamente adeguate che ci tengono chiusi qui dentro.”

La vita di Ivan è un infinito di ripetersi di giorni sempre uguali. Muri bianchi, cavolo freddo a qualunque pasto, personale ospedaliero che non può permettersi di affezionarsi e decine di malati terminali che transitano fino al giorno della morte.

Cinico, triste e amaramente ironico, il racconto di Ivan riesce a scandalizzare e a strappare dei sorrisi bagnati di tristezza. Condannato a una non esistenza il protagonista non smette di voler vivere, affamato di libri e di emozioni trasforma ogni attimo in un gioco perverso per non soccombere alla crudezza della sua esistenza. Ci racconta il rapporto con il suo corpo menomato, le sue pulsioni sessuali difficili da soddisfare e il modo in cui trasforma la morte nell’unica forma di intrattenimento che ha per non cedere alla follia.

Capace di commuovere di far digrignare i denti allo stesso tempo, il romanzo riesce a creare un senso di colpa enorme al pensiero di essere felici di essere normali. Riesce a farci sentire impotenti davanti alle conseguenze dei nostri sbagli, ci fa chiedere come avremmo reagito se fossimo stati nella situazione di Ivan e ci insegna che la vita non va mai sprecata.

Non è un romanzo leggero ma sicuramente è qualcosa che consiglio a tutti di leggere.

A presto

Delos

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