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Recensione: “Il muro” di John Lanchester

Trama

Un muro lungo centinaia di chilometri è stato innalzato attorno alla Gran Bretagna. Serve a tenere fuori gli Altri, le moltitudini che arrivano dal mare a caccia di un lembo di terra asciutta, al riparo dal cambiamento climatico che ha modificato la geografia del pianeta. Sul Muro, a pattugliare le coste, ci sono i Difensori, giovani uomini e donne in servizio obbligatorio. Nessuno può sottrarsi alla difesa del paese.
Kavanagh, il protagonista di questa storia, ha appena iniziato il suo periodo di sorveglianza. Se è fortunato, se niente va storto, durerà due anni, 729notti. Se tutto va bene e sopravvive non dovrà mai più vedere il Muro in vita sua. Eppure ogni notte qualcosa può accadere, gli Altri possono arrivare, e per ogni invasore che supera il Muro un Difensore sarà abbandonato in mare. I diritti e le libertà individuali sono stati sacrificati in nome dell’interesse e della paura: tutto è diventato prezioso, l’acqua, l’aria, il cibo, ogni tipo di risorsa energetica. Il mondo è stato portato all’esaurimento, e ora bisogna proteggere la civiltà, o meglio la propria civiltà, a ogni costo. Sul Muro la vita di Kavanagh sembra immobile, al contrario è tesissima e adrenalinica. Nel corso di quelle notti, nell’attesa di un fantasma e di un nemico, si aprirà per lui lo spazio del riscatto e della libertà, assieme al sogno di un destino diverso.

Recensione:

Kavanagh è una nuova leva all’interno del sistema di sorveglianza del Muro, da quando è avvenuto il Cambiamento uomini e donne sono obbligati a prestarvi servizio per due anni. Ma cos’è il Cambiamento? A causa di una grave e irreversibile variazione climatica, il livello del mare si è innalzato a tal punto da fagocitare le spiagge e costringere alcune Nazioni a erigere questa sorta di sbarramento che serve a proteggerli non solo dalle mareggiate, ma anche a tenere fuori gli Altri ossia profughi in cerca di un riparo. La Gran Bretagna ha scelto di trincerarsi dietro questa imponente barriera di cemento per respingere gli Altri e preservare quel poco sostentamento rimasto.
Avvilisce il pensiero di riuscire ad avvistarli perché per ogni Altro che riesce a valicare i confini del Muro, un Difensore viene esiliato e abbandonato in mare. I giorni sul Muro si susseguono patendo il freddo e osservando l’orizzonte, pronti a segnalare eventuali anomalie; a scandire con lentezza il passare del tempo quegli sporadici contatti umani con gli altri Difensori. Le parole lasciano il tempo che trovano quando c’è il rischio di morire assiderati. Ti fa riconsiderare le tue priorità e comprendere quanto siano preziosi il cibo e il tepore di un fuoco acceso.
La voce di Kavanagh risuona cristallina nell’atmosfera atemporale del Muro e assistiamo alla sua catarsi concretizzatasi nell’immobilità dei giorni a seguire. Emerge anche un rancore covato nei confronti della generazione precedente che non ha fatto nulla per impedire il disfacimento del pianeta che ora mostra solo paesaggi desolati e carenza di cibo.
I turni di guardia e i piani di lavoro si avvicendano in un’immutata routine, amarezza e solitudine sono i sentimenti che fanno da contraltare alla paura degli Altri. Fino a quando non accade qualcosa che sconvolgerà quella fissità e con essa il destino di Kavanagh e dei suoi compagni d’avventura.

[…] il Muro è l’elemento dominante della tua vita e di quella di tutte le persone che ti circondano, e poiché le tue responsabilità, la tua giornata e i tuoi pensieri riguardano esclusivamente il Muro, e la tua vita futura è determinata da quello che succede sul Muro – puoi benissimo perdere la vita, sul Muro, o comunque perdere la vita che avresti voluto avere –, le due entità cominciano a confondersi, il Tempo e il Muro, il Tempo e il Muro, il Muro, la tua giornata, la tua vita che scivola via, minuto dopo minuto.

Un romanzo che per questa falsa staticità mi ha ricordato molto “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, l’attesa e il concetto di Tempo sono corrosivi. Ha momenti genuinamente angoscianti resi dalla penna asciutta e pungente dell’autore, che usa la narrazione in prima persona per articolare un vero e proprio flusso di coscienza che è tutto fuorché liberatorio. Lo scoramento non è relegato ai margini, una sorta di malinconia asfissiante permea queste pagine. Lo stile, al contrario del contenuto, spicca per la sua immediatezza e scarsità di orpelli stilistici tanto che sono riuscita a divorare pagine e pagine senza neanche rendermene conto.
A richiamare il genere distopico ci sono certamente lo spettro di un regime totalitario e la suddivisione della popolazione in gerarchie sociali ben definite:

  • Difensori del Muro
  • Lo Stormo (che controlla i mari per via aerea)
  • La Guardia costiera (che pattuglia i litorali)
  • I Figliatori
  • gli Aiutanti e i comuni cittadini;

tuttavia è limitante definirlo solo distopico, questo romanzo si discosta da una rigida categorizzazione e acquista sfumature più introspettive. La società alternativa descritta ne “Il Muro” ci scaraventa in un futuro che non è poi così prossimo poiché manifesta alcuni dei mali del nostro tempo. Servendosi di quest’ambientazione fuori dagli schemi Lanchester spinge su diversi punti salienti; ci parla di nazionalismo ma anche d’immigrazione: la richiesta di asilo da parte degli Altri sembra avere molto in comune con gli sbarchi degli extracomunitari. Nel libro alcuni personaggi si chiedono “Chi sono? Che cosa vogliono?” introducendo così un tema scottante qual è la xenofobia.
L’autore – evitando di usare un tono didascalico – insiste anche nell’evidenziare il rapporto tra uomo e Natura, difatti l’uomo sta lentamente prosciugando e contaminando le risorse di un pianeta che non controlliamo, ma del quale siamo solo “ospiti”.
Un romanzo a dir poco mordace, nella sua apparente semplicità, che vi consiglio caldamente di recuperare.

Elisa R

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