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Recensione: “Il virus della paura” di Giambattista Scirè

Salve gente amante della distopia!

Eccoci qui con uno dei primissimi romanzi sul virus che ha chiuso il mondo per un bel po’ di tempo. Si tratta de “Il virus della paura” di Giambattista Scirè, un nome che forse conoscete per lo scandalo universitario dell’anno scorso.

TRAMA

Ma noi siamo qui per parlare di letteratura (o di opere che aspirano a questa definizione). Vi incollo la trama dal sito della casa editrice, la Santelli editore:

Roma, 2020. Lo scoppio di una pandemia sta mettendo, in pochissimi giorni, in ginocchio l’Italia.
L’ex-storico Paolo è un imprenditore, gli hanno fatto il tampone. Risulta contagiato. La sua vita va in frantumi, anche la sua compagna lo lascia per il virus, l’azienda chiude. Con il nulla in mano si rivolge a Lorenzo, un amico che pare avere informazioni sulla strana malattia che sta favorendo un colpo di Stato.
Insieme saranno sulle tracce del Dr. Francis Bacon, alla caccia di documenti riservati dei servizi segreti. E quando anche il contatto con la realtà, l’unica cosa rimasta a Paolo, pare disgregarsi, trova la chiave.
Un thriller ispirato ad accadimenti veri, un giallo psico-sociale che racconta una storia surreale… o forse no?

Ecco, già da qui potete capire dove vuole andare a parare l’autore, con l’inserimento di quei documenti riservati dei servizi segreti. Vi piacciono i complotti, vero?

RECENSIONE

Come scritto sopra, si parla di Paolo. La storia è più o meno quella che avete letto, solo con qualche paragrafo confusionario in più. La mia prima critica, non positiva, è che la trama non ha uno svolgimento ben definito. Un romanzo che viene definito un thriller, un giallo psico-sociale dovrebbe avere una linea di narrazione che il lettore è in grado di seguire, magari con qualche colpo di scena qua e là, con qualche spunto ed elementi che invogliano a continuare la lettura. Ecco, qui non succede molto di questo.

Senza peccare di spoiler (lo potete leggere sopra che i documenti segreti verranno trovati), voglio riportare una scena: per arrivare a questi documenti, il protagonista della scena si intrufola in un appartamento e ruba i dati da un computer. Documenti segreti e nessun forma di protezione, nemmeno una password, ma sorvoliamo. Il punto è che, per poter riportare quello che dice il presidente del consiglio al popolo, il protagonista accende la tv dell’appartamento. Una cosa molto sensata, vero? È la prima cosa che un ladro farebbe appena entrato in casa: “Fammi sentire l’ennesimo decreto in tv, già che sono qui a rubare.”

Ecco, non solo il nostro ladro di dati fa come se fosse a casa sua, ma sta anche per essere beccato, poiché nell’appartamento sta arrivando qualcuno. Allora il ladro si nasconde.

E la tv? Be’, immagino che venga lasciata accesa. Ma è tutto nella norma, perché la scena continua con lo stereotipo del thriller: ladro nascosto dietro al divano affinché possa sentire quello che dice il proprietario dell’appartamento mentre parla al telefono.

Questo per dire che ci sono alcune incongruenze di narrazione.

Passiamo allo stile. Essendo un thriller, dovrebbe essere scorrevole. Io ho faticato molto ad andare avanti nella lettura, ma forse questi sono gusti. Ci sono molti flashback che spesso raccontano un episodio del protagonista che non serve alla storia, o meglio: la storia sarebbe la stessa anche senza i flashback.

Quello che mi ha fatto veramente storcere il naso è che il romanzo è scritto in prima persona singolare, presente. Quindi il punto di vista è del protagonista, direte voi. No. Il pov è per lo più del protagonista, ma in realtà ci sono elementi di onniscienza. Prima persona singolare onnisciente. Il personaggio principale sa quello che provano gli altri personaggi e altre cose che non dovrebbe sapere. Una cosa che uno scrittore non dovrebbe fare.

I personaggi secondari vengono descritti. Hanno un loro aspetto e forse anche un proprio carattere, ma non rimangono nella mente del lettore. L’autore si prende qualche paragrafo per dire che un personaggio è fatto in un certo modo, ma questo modo non viene poi utilizzato nella storia. La conseguenza è una certa difficoltà a imprimersi nella mente il carattere o l’aspetto di ogni singolo personaggio.

E arriviamo al punto più interessante: il messaggio.

Voglio riportare un paragrafo del romanzo, a tal scopo: Può mai essere credibile, scientificamente, l’ipotesi che animali dalle specie più disparate – in questo caso dal pipistrello fino al serpente – si siano scambiati il virus durante incontri più o meno ravvicinati del quarto tipo e che poi, a seguito dei fatti che sono rimasti sostanzialmente misteriosi, alla fine, un nuovo virus – con geni presi un po’ di qua e un po’ di là – sia stato trasmesso direttamente all’uomo e alla donna? Perché tutto il mondo occidentale si è affrettato a fornire ipotesi e scenari rivelatisi, puntualmente, giorno dopo giorno, totalmente errati? E come spiegare allora la convivenza tra migliaia di speleologi che esplorano da decenni le grotte di tutto il mondo: perché non sono mai contagiati prima?

Capite da soli il messaggio, mi pare.

Qui entra in gioco quel consiglio santo che ogni scrittore ha ricevuto (o dovrebbe ricevere): scrivere di quello che si conosce, altrimenti il lettore lo capisce.

E, per rispondere alla domanda del romanzo, sì, è possibilissimo il passaggio di virus tra specie diverse: è da sempre successo e continuerà a succedere per un semplice dato di fatto. I virus mutano, evolvono, e possono anche farlo in modo da essere adatti ad altre specie.

Finisco qui, gente, e non voglio andare oltre. Credo che si capisca ampiamente che il mio giudizio è negativo e mi pare di averlo anche giustificato. Al di là del messaggio che l’autore del romanzo vuole trasmettere al mondo e analizzando solo il testo a sé, sono del parere che il romanzo non abbia i requisiti necessari per essere definito un thriller o un giallo. Apprezzo il tentativo, ma non ci siamo.

Alla prossima, gente distopica!

Alex Coman

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