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Recensione: “L’isola dei senza memoria” di Yōko Ogawa

Recensione

In questi giorni di “reclusione forzata” causati dal Covid 19, tante case editrici hanno voluto dare il loro contribuito per allietare le giornate dei loro affezionati lettori.
Una di queste è stata Il Saggiatore che ha aderito all’iniziativa “Solidarietà Digitale” donando un sacco di e-book interessanti, tra cui proprio quello di cui vi parlerò oggi e che tenevo d’occhio già da un po’.

Yōko Ogawa mi aveva già colpita in maniera positiva per due opere totalmente diverse tra loro, “L’anulare” (ed. Adelphi) e “Vendetta” (ed. Il Saggiatore), l’arrivo al genere distopico mi incuriosiva e allo stesso tempo mi preoccupava… Chissà cosa ne sarebbe venuto fuori.

Ci troviamo in un non-luogo, un’isola.
Le giornate scorrono placide, se non fosse per le retate della polizia segreta che si occupa di intercettare i pochi che non riescono a dimenticare e a cancellare ogni traccia dei ricordi perché, dovete sapere, peculiarità di quest’isola è che improvvisamente sparisce dalla memoria dei suoi abitanti l’idea di qualsivoglia cosa e visto che non ne comprendono più l’utilizzo è giusto – per loro – sbarazzarsene. Assistiamo impotenti e sbigottiti alla sparizione delle rose, al rogo dei libri e così via in una climax in sottrazione dove ad aumentare è solo la mancanza e il vuoto.

Anche il cuore più devastato dal vuoto, tenta evidentemente di sentire qualcosa.

Ogawa punta tutto sull’introspezione e sulla sensazione di straniamento dovuta all’atmosfera ovattata che si respira a pieni polmoni; la trama viaggia su due binari: il presente e il canovaccio di un romanzo scritto dalla protagonista, sempre in bilico tra reale e surreale. La voce narrante sarà di questa donna senza nome e dalla coscienza sensibilissima, intrappolata nella morsa di questo mondo in progressiva dissolvenza.
Una distopia fuori dal tempo che, nella sua apparente soavità e delicatezza, ritrae un mondo ignavo dove ogni cosa scivola via inesorabile come sabbia sulle dita, per ogni oggetto perduto basta una scrollata di spalle e semplicemente si va avanti.
Una prosa dallo stile essenziale e asettico, ma mai scadente. I dialoghi e le descrizioni sono ben calibrati, anche per quanto concerne i personaggi che, talvolta, risultano impersonali. Accorgimento che ha lo scopo di rimarcare la passività dilagante del luogo.
Tante importanti informazioni vengono taciute per far convogliare l’interesse del lettore sul sentimento di accettazione, gli abitanti – quasi avessero fatto un bagno nel Lete – indolenti e passivi continuano a vivere la quotidianità, adattandosi di buon grado e in fretta anche alle perdite più rilevanti. E questa rassegnazione non vi nego che mi ha trasmesso una certa inquietudine.
La scrittrice reinterpreta, in maniera personale e raffinata, la caducità che contraddistingue le nostre fragili esistenze e il valore dei ricordi (anche quelli dolorosi), adeguandosi perfettamente alle esigenze di un genere lontano dai suoi classici schemi.
L’autentica consapevolezza giunge dalla scoperta di quanto questi ultimi siano fondamentali, anche attraverso un oggetto apparentemente insignificante il nostro animo viene messo a dura prova.
Un’altra chiave di lettura potrebbe essere – a partire già dal presago titolo “L’isola dei senza memoria” – quella di considerarlo una velata metafora dell’afasia e dello smarrimento che colpisce chi è affetto da Alzheimer.
Questo, a modo suo, è un romanzo davvero speciale che non esplode come un fuoco d’artificio ma che si risolve con una lenta e graduale attesa del colpo di scena finale, lasciando dentro un vuoto incolmabile e mille interrogativi.

Elisa R

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