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Recensione “Pandemonium: Neo-Decameron”.

Salve gente! Volete un po’ di distopia in pillole?

Oggi parliamo dell’antologia della Lethal Books edizioni, ovvero Pandemonium: Neo-Decameron. Sottotitolo ambizioso, direi. Nella presentazione che anticipa la raccolta di racconti viene però giustificato: è un tributo all’opera di Boccaccio.

[…] il padre a cui ci siamo ispirati, ma che non abbiamo né scimmiottato né deturpato […]

Bene, con questa premessa, vi incollo anche la presentazione di Amazon:

Corigliano, Mardegan, Ferrero, Mala Spina, Lanzetta, Battiago, Hoffmann, Mortellaro, Silvestri, Di Orazio. Dieci autori. Dieci giornate di boccaccesca memoria, come in quella Firenze del 1348 assediata dalla peste. Dieci comandamenti, che verranno infranti o rispettati. Dieci stili completamente diversi: l’ironia pungente e blasfema, il goffo erotismo, l’onirica bellezza della disperazione, il pulp-western friuliano, esorcismi danteschi e visioni infernali vi aspettano in questo libro immondo.

E come recensire una raccolta di racconti? Ecco, direi di andare a parlare di ogni opera, una per una, per poi tirare le somme.

DE CIVITATE DEI di Francesco Corigliano

Ambientato quarant’anni dopo la Peste Nera, abbiamo qui a che fare con una nuova epidemia che lascia le città deserte. Non parliamo del solito virus che si diffonde tra umani attraverso il contagio, ma di una malattia che attacca per prima le pietre, gli edifici, le case, i mattoni. Gli esseri umani si ammalano solo stando troppo tempo all’interno di uno degli edifici malati: diventano così la voce degli edifici, che parlano al medico dalla maschera a becco che fa da protagonista.

E questo è il plot del racconto; verso la fine della storia si allaccia bene al primo comandamento: Non avrai altro Dio all’infuori di me. Devo ammettere che ho amato molto lo stile di Corigliano, pieno di spunti e domande che possono essere trasportate nella vita reale. Il racconto scivola che è una meraviglia, portando il lettore a capire la malattia di cui parla a piccoli passi, quasi tenendolo per mano e guidandolo nella lettura. Okay, forse sto esagerando, ma è la sensazione che ho provato nel leggerlo e no, non è una cosa negativa.

Mi sono sentito trasportato in quegli anni, ho seguito il protagonista tra le vie del paese malato che stava visitando.

Ottima idea, ottimo svolgimento e ottimo finale, anche se non mi è concesso svelarlo. Bella lettura.

DE VULGARI ELOQUENTIA di Riccardo Mardegan

E passiamo al secondo comandamento, come programmato dalla sinossi: Non nominare il nome di Dio invano.

Parliamo quindi di una racconto sulle bestemmie, ambientato nel 1520 nel comune della città di Venezia, Camponogara. La leggenda delle bestemmie dei veneti, che negli anni si è diffusa anche sui social, viene qui ripresa come parte integrante del paese e dei suoi abitanti: questi infatti non riescono a vivere senza pronunciare il nome del Signore invano; è anzi una necessità alla pari del cibo e del vino.

Il plot del racconto è più o meno questo: agli abitanti viene fatta una sorta di maledizione che impedisce loro di bestemmiare. Per questo il popolo si ribella contro il clero, artefice della maledizione.

Idea carina. Lo svolgimento del racconto invece l’ho trovato un po’ confusionario, soprattutto all’inizio: la storia parte con una grande riunione per parlare appunto del problema delle bestemmie e qui vengono presentati tutti i personaggi – tanti personaggi, forse troppi – tutti insieme. Ne risulta un miscuglio di nomi che il lettore leggerà, ma non per forza ricorderà.

La voce narrante rompe spesso la quarta parete, forse volendo un po’ riprendere lo stile di scrittura più arcaico: per lo stesso motivo, credo, sono presenti termini antiquati. Non sarebbe un problema, anzi, questo dà punti al racconto. Tuttavia la storia non è riuscita a catturarmi totalmente.

Sicuramente non un racconto da scartare, ma nemmeno uno dei migliori.

FINO ALL’ULTIMO CRISTO APPESO di Maurizio Ferrero

Il terzo comandamento: Ricordati di santificare le feste. Il racconto ci si aggancia tramite la Santa Pasqua, la festa più importante per i cristiani. Si tratta della narrazione di una riproduzione della Via Crucis, il cammino di Gesù che portò alla sanificazione di tutti i peccati dell’umanità.

Siamo nel 1347 e la Peste sta toccando le coste della Sicilia, per questo, prima che sia troppo tardi e la malattia arrivi nell’intero paese, Sua Eccellenza Acciaiuoli decide di rendere omaggio al Signore con una vera Via Crucis e non solo un’interpretazione, con un vero condannato da sacrificare. Una maniera alternativa per santificare la festa della Pasqua, insomma: il comandamento è stato rispettato.

A interpretare Gesù viene così scelto Lombrotto, accusato di sodomia e di furto: sarà lui a portare la croce e a essere crocifisso affinché possa pagare per i peccati di tutti. Sarà quindi pestato e preso a sassate, insultato e menato, per il bene di tutti – o almeno, questa è la scusa.

Trama interessante, che non viene spiegata sin dall’inizio, ma lentamente, mentre si va avanti con la lettura.

Nonostante sia un racconto, ha un bel po’ di personaggi chiave, che però vengono presentati gradualmente durante la storia, senza limitarsi a elencarli. Questo dà modo anche di lavorare sul carattere e lo scopo di ognuno, cosa che l’autore del racconto fa benissimo.

Non elencherò tutti i personaggi, ma voglio solo anticipare la presenza di Jacopo Alighieri, figlio del sommo poeta. E sì, il fatto che sia il figlio è inerente alla storia.

Una bella lettura. Devo ammettere la mia ignoranza in matteria di Via Crucis e di tutti i personaggi che ne hanno fatto parte, ma nonostante la mia poca conoscenza dell’argomento, la lettura non ha subito acciacchi, probabilmente merito anche dell’ironia che trasuda tra le righe.

Ci si immedesima nell’ambiente senza sforzi, ci si ritrova lì, sulla Via Crucis, a osservare la scena. Minuti veramente piacevoli, complimenti all’autore.

QUASI CAVALIERE di Mala Spina

Onora il padre e la madre.

Siamo nel 1350 o giù di lì. Goffredo, uno scudiero aspirante cavaliere, si ritrova a essere assillato dai fantasmi dei suoi genitori, morti a causa della peste. I due spiriti non avranno pace e non potranno passare oltre finché il figlio coraggioso non compirà un’azione degna di un vero cavaliere.

In pratica, il protagonista deve onorare la volontà del padre e della madre, anche se morti, allacciandosi così al comandamento.

Plot interessante, mi ha incuriosito subito. È scritto anche bene, i personaggi principali sono ben disegnati e lo stile è scorrevole. Forse si poteva fare qualcosina in più per la caratterizzazione dei personaggi secondari, ma è okay anche così: del resto, si tratta pur sempre di un racconto.

Tutti aspetti positivi, a tirare le somme. Tuttavia, forse sono rimasto un po’ deluso dal finale, forse la soluzione per il nostro cavaliere poteva essere leggermente più complessa, ma alla fine questi sono gusti: da metà racconto ho avuto l’impressione che l’autore non sapesse dove volesse andare a parare. Per questo la mia valutazione scivola di mezzo gradino verso il basso.

SOLO UN SILENZIO DI CENERE di Antonio Lanzetta

E arriviamo al comandamento di Non uccidere.

Siamo a Salerno, in un ambiente post apocalittico, a differenza dei racconti presenti dell’antologia finora. La situazione però non è molto diversa dagli anni 1350: c’è una malattia che sta decimando l’umanità, causata da una maledizione di qualche tipo che non viene ben specificata.

La storia parte con la morte della madre dei due ragazzi protagonisti, Rico e Tobia. Qualcuno viene a prelevare il cadavere per portarlo all’Inceneritore e i due fratelli si ritrovano da soli nella loro baracca sotto il ponte. Cercano di fuggire prendendo il mare, ma i loro piani vengono polverizzati dall’entrata in scena delle Cose, una delle conseguenze della malattia.

E questa è la trama. Mi ha interessato, sì. L’unico punto debole è quella maledizione a cui ho accennato. Parliamo di Pietro Barliario, una delle leggende di Salerno: Wikipedia stesso riporta che, stando alle dicerie, costui avrebbe costruito l’acquedotto di Salerno in una sola notte di tempesta grazie all’aiuto dei demoni. Okay, ma questo cosa c’entra con il racconto? Nel racconto, Barliario ha lanciato la maledizione grazie a un libro – sembra che si tratti della Bibbia tra l’altro – e questo ha sviluppato una fobia per la lettura. C’è un forte richiamo qui a Fahrenhei 451, dove i libri vengono bruciati perché “leggere era qualcosa di cattivo”.

Ma questa maledizione si ferma qui, tra leggenda e diceria. Viene presa come origine della malattia, che può causare la morte facendo scogliere gli occhi alle vittime. Un’altra conseguenza, come detto prima, è la presenza delle Cose: esseri umani che di umano ormai hanno poco e che si nutrono della carne della gente sana. Una sorta di zombie, insomma.

Nonostante la mia smorfia per non aver capito bene la cosa della maledizione, la lettura è di una scorrevolezza impeccabile. Sono stato trasportato nei panni di Rico, il fratello maggiore, ho sentito le sue paure, ho sentito il suo disgusto, ho sentito la sua preoccupazione per il fratello Tobia.

I personaggi sono praticamente i due protagonisti, il resto sono delle comparse, ma questa la scelta non mi è dispiaciuta.

E ho adorato il finale, che non vi posso anticipare. Se avete letto la presentazione dell’antologia, sapete che non vi dovete aspettare un happy ending. E lo ripeto qui solo per insinuare il dubbio nelle vostre menti distopiche, ma non dirò una parola in più a riguardo.

Sì, ma cosa c’entra tutto questo con il comandamento Non uccidere? Oh, c’entra, c’entra. Fidatevi. Andatevi a leggere il racconto per capirlo.

ANTINFERNO di Caleb Battiago

Non commettere atti impuri.

Come avrete capito dal titolo, anche qui abbiamo un’ambientazione diversa rispetto ai primi racconti: siamo nell’Antinferno, dove le anime fanno la fila per essere classificate da due diavoli, Putiferio e Pandemonio.

Il racconto si collega al comandamento sopracitato per Eva, la protagonista, che è finita alle porta dell’Inferno per atti impuri con un prete.

Ambientazione curiosa, okay. Devo ammettere però che all’inizio della storia ho pensato che i protagonisti fossero proprio i due demoni che tengono d’occhio le anime, forse per il loro dialogo iniziale. Mi sono dovuto smentire dopo.

La trama è semplice: a causa della Peste, i due diavoli hanno talmente da fare che Eva riesce a scappare dalla fila di anime per finire in un fiume che porta a un’isola. Quest’isola non si vede bene in principio, proprio a causa della fuliggine dell’Antinferno.

Ecco, quell’isola è il finale del racconto.

Lo svolgimento non è stato proprio di mio gusto. Okay, c’è una scrittura interessante dove i verbi vengono omessi e le frasi sono principalmente fatte da subordinate. Tuttavia, nonostante fossi curioso sia dell’ambiente sia dello stile, il racconto non è riuscito a catturarmi, non come gli altri almeno. Forse si poteva azzardare un po’ di più, non saprei.

Non una lettura spiacevole, anzi, ribadisco il mio interesse per lo stile. Gli aspetti negativi di questo racconto – a mio avviso – forse sono proprio lo svolgimento della trama e la poca cura del personaggio di Eva.

I due diavoli, per qualche motivo, invece li ho amati. Credo di averli scambiati per protagonisti perché sono stati disegnati meglio della nostra Eva.

NON ANDIAMO A FAR ALTRO SE NON A COMBATTER di F. T. Hoffmann

Non rubare.

Anche qui, stile di scrittura interessante, simile a quello di prima.

Il racconto si apre con un viandante nella polvere, un pistolero che uccide corvi, croci nere che scendono dal cielo. Un tributo al pistolero de La torre nera di King, immagino. La fotografia almeno è simile.

Ho faticato un po’ a capire la trama: abbiamo dei frati rinchiusi in una chiesa fortificata, attaccati dagli uomini di Sua Eccellenza Sbrojavacca e questo perché il priore, Padre Domenico, ha urinato sulla fronte del magistrato.

La storia del viandante sembra una storia parallela e poco inerente: il pistolero è destinato a combattere il male, a combattere coloro che passano la vita a togliere agli altri tutto quello che possono, come il magistrato Sbrojavacca nominato prima.

Quello che mi è stato difficile è stato il finale, non molto nelle mie corde. Pensavo che il racconto fosse concentrato sulla piccola battaglia tra i frati e gli uomini del magistrato, ma non è stato così. Il racconto va avanti e non c’è alcun elemento che possa anche solo suggerire il lettore dove vuole andare a parare.

Comunque, a parte il finale un po’ tirato, lettura interessante. I personaggi non sono tutti caratterizzati, ma quelli principali sì.

Il riferimento al comandamento mi sembra chiaro: rubare significa incontrare il nostro pistolero.

I MIRACOLI HANNO STRADE CURIOSE PER PIGLIARTI ALLE SPALLE di Domenico Mortellaro

Il comandamento del racconto è Non dire falsa testimonianza.

L’idea del racconto è ottima, almeno a me è piaciuta. Il protagonista è morto per la Peste Nera, in una cella. Eppure riesce ad alzarsi, a sentire dolore, a parlare, ha ancora i bubboni addosso e quindi la Peste, ma è morto.

Capendo la situazione, Rocco (che ha l’ambizione di regnare) e due beccamorti cercano di approfittare della situazione creando una bella favoletta per il popolo all’interno delle mura della città: mette in giro la voce che il protagonista sia guarito, grazie all’intervento della Madonna, o meglio grazie a un pozzo da cui bere l’acqua – il Pozzo del Crociato – che la Madonna ha santificato.

Il nostro protagonista così diventa famoso e tutti vogliono conoscerlo: lui ora è il Miracolo e il popolo lo vuole toccare e vuole bere dal pozzo.

Tutta questa messa in scena – che si collega benissimo al comandamento del racconto – è stata invogliata da Rocco e dai beccamorti a suon di menate e palate, di piccole torture e calci nel didietro (e non solo calci), così il nostro protagonista è costretto ad accettare di mentire al popolo.

Carino lo stile di scrittura, in prima persona: è il morto che ci parla. Forse un racconto un po’ tirato per le lunghe, ma alla fine può anche andar bene.

Di personaggi praticamente ne abbiamo due, Rocco e il protagonista, entrambi ben caratterizzati: del resto uno è morto e l’altro vuole il trono, facile distinguerli. I due beccamorti sono poco disegnati, ma si capiscono bene le loro intenzioni.

Svolgimento carino, una lettura piacevole. Come detto prima, forse si poteva fare a meno di qualche paragrafo qua e là, ma tutto sommato è un ottimo racconto, secondo me.

DI CORNA E ALTRE CAUSE PERSE di Laura Silvestri

Non desiderare la donna d’altri.

Siamo nel 1348, la Peste si è portata via parecchia gente. La Fantàsima, vecchia e non più in grado di fare certi lavori – come spaccare la legna e altre faccende faticose – decide di riportare in vita un cadavere, poiché ha la voce del suo spirito in testa che si lamenta. Potrà usarlo come servitore, almeno è questa l’idea.

Riporta tra i vivi quindi Rinaldo, che però si rifiuta di servire se prima non sarà fatta giustizia. Costringe quindi la Fantàsima a denunciare al Potestà la propria moglie, Monna Filippa, per averlo tradito quando lui era moribondo e la Peste se lo stava portando via.

Il plot è questo, in linea con il comandamento del racconto. Mi è piaciuta molto la caratterizzazione dei personaggi, il loro disegno graduale e sempre inerente alla storia, la loro descrizione usata come scusa per continuare il racconto. È la tecnica che preferisco per i personaggi: il lettore non perde tempo a ricordarsi com’è fatto uno e com’è fatto l’altro, ma se lo imprime nella memoria inconsciamente.

Lo stile scivola che è una meraviglia: nonostante si parlasse di streghe e tradimenti – argomento che di solito non mi attira – devo ammettere che sono stato ben invogliato a continuare la lettura a ogni pagina.

C’è anche un messaggio tra le righe: l’ingiustizia verso le donne a quei tempi e, per inerzia, ai nostri tempi.

Bello, lettura piacevole. Finale poco attinente con quello degli altri racconti, e non proprio di mio gusto (personale, meglio ribadirlo), ma rimane un bel racconto.

NUN DESIDERARE LE ROBBE DALLA NAPOLETANA. SÌ, PROPRIO LEI, QUELLA LÀ di Paolo di Orazio

Arriviamo quindi all’ultimo comandamento della raccolta: Non desiderare la roba d’altri. Molto in linea già col titolo.

Il racconto inizia con un paragrafo di descrizione dell’ambiente, del Trastevere e dell’isola Tiberina. Paragrafo che ho dovuto leggere due volte per capire.

La storia si apre con Fausto Bergmann, un ebreo in luogo cristiano, luogo che sta per essere divorato dalla Peste. Fausto vede la madre nel fiume e parte una scenetta raccapricciante, dove la libido del figlio si sfoga sulla madre. Si scopre che tutto questo era solo una visione.

C’è un forte richiamo al racconto di Verga, La roba, ma visto il comandamento del racconto, ci sta benissimo. La trama però non è stata di mio gradimento e non so nemmeno se la posso raccontare, perché rischio di fare spoiler. Questo perché, almeno secondo me, la storia finisce di colpo, forse addirittura quando in realtà poteva rivelarsi un inizio di qualcosa di più complesso.

Lo stile è scorrevole, a parte i paragrafi iniziali. Tuttavia, solo verso la fine sono stato veramente invogliato alla lettura.

EPITAFFIO di Luca Mazza e Jack Sensolini

Ed eccoci a quello che secondo me è il bonus della raccolta. L’undicesimo giorno di Pandemonium.

Si tratta di un dialogo – o meglio, di un’opera teatrale – tra Mazza e Sensolini che decidono di chiamare in videochat gli autori dell’antologia.

Idea carina, piacevole: ogni autore avrà a che fare con qualcosa inerente il proprio racconto. Bel modo per chiudere una raccolta.

Bene, gente. È ora di tirare le somme. Se siete arrivati a leggere la recensione fino a qui, lo capite anche da soli che il mio giudizio è prevalentemente positivo. Okay, storco il naso un po’ qua e là, ma per la maggior parte dei racconti il mio naso è stato fermo.

Quindi?

Quindi niente. Se volete capire qual racconto è stato il mio preferito, rileggetevi la recensione. Penso che la top 3 spunti subito all’occhio. Alla prossima!

Alex Coman

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