I Grandi Classici Recensioni

Recensione: “Solaris” di Stanislaw Lem (1961).

Reso famoso da due diverse versioni cinematografiche, la prima presentata come l’alternativa russa a “2001 Odissea nello spazio”, di A. Tarkovskij (1972) celebre più per la lentezza esasperante delle immagini che per la profondità del messaggio, e l’altra più hollywoodiana e poco fedele al testo di S. Soderbergh (2002), Solaris (1961) è in realtà prima di tutto un grande romanzo che offre al lettore emozioni del tutto diverse dalle riduzioni cinematografiche nelle quali si perde completamente la parte riflessiva che invece ne è la caratteristica più originale.

LA TRAMA

Sul pianeta Solaris, ai confini dello spazio esplorato dall’uomo, giunge l’astronauta psicologo Kelvin per indagare sugli strani fenomeni che vi avvengono. I pochi ospiti della base lo accolgono con sospetto, alcuni rifiiutano di farsi vedere. Solaris è uno strano pianeta, quasi vivente, in grado di adattare la sua orbita. Lo ricopre interamente un mare misterioso dotato di straordinarie capacità, sa costruire isole, strutture, città, ma soprattutto induce negli uomini proiezioni viventi dei loro desideri inconsci. Ed è ciò che accade allo stesso Kelvin che ritrova la moglie morta suicida anni prima. I tentativi di comprendere la natura di questo pianeta vivente falliscono miseramente. Il “contatto” al quale ambiscono gli uomini non avviene. Ma il protagonista ha l’occasione di porsi profonde domande esistenziali.

LA CITAZIONE

“Mi avvicinai ulteriormente all’oceano e allungai la mano verso un’onda in arrivo: l’onda esitò, si ritirò e infine mi avvolse la mano senza toccarla, in modo da mantenere una sottile intercapedine tra la superficie del guanto e l’interno della cavità, divenuto istantaneamente da fluido a quasi carnoso. Sollevai lentamente la mano: l’onda o, piuttosto, la sua esile propaggine, la seguì all’insù continuando ad incistarla in un traslucido involucro verde sporco. Mi alzai in piedi per portare la mano ancora più in alto: l’istmo gelatinoso si tese come una corda ma senza rompersi, mentre la piatta base dell’onda, come una strana creatura in paziente attesa della fine degli esperimenti, aderiva al suolo intorno ai miei piedi, sempre senza sfiorarli”

LA RECENSIONE

La fantascienza di Lem diventa imitazione della scienza contemporanea se non addirittura parodia, nelle dettagliate descrizioni degli studi “solariani”, oltre mille volumi di ricerca, di ipotesi e di conflitti teorici, una scienza che nel corso dei secoli ha prodotto tutto il suo linguaggio, le sue tassonomie, i suoi modelli, e può parlare con naturalezza di oggetti inesistenti, fungoidi, estensori, alberi-montagne, mimoidi, longoidi, simmetriadi, asimmetriadi, vertrebidi, agilus, ecc.
D’altra parte il vero soggetto del romanzo è a sua volta “qualcosa” che non appartiene a nessuna delle forme viventi a noi note, nemmeno a quelle finzionali, ed è per questo che la Scienza nonostante tutta la sua potenza e presunzione appare incapace di venirne a capo. In alcuni passaggi si arriva ad alludere a un Dio imperfetto e incompleto. Ma non è più che una ipotesi. La realtà è che attraverso il mare vivente di Solaris e tutte le sue propaggini, l’uomo sembra venire a contatto con qualcosa di spaventosamente profondo, entità che precedono gli atomi, i neutrini, i quali in qualche modo rappresentano il punto di origine della materia percepita come un continuum senza salti tra l’organico e l’inorganico, tra sostanza e pensiero, tra corpo e coscienza: le creature alle quali si dà vita in questo modo, infatti, parlano, pensano, ragionano, mancano solo della memoria che viene dalla storia individuale che ovviamente non possiedono. La materializzazione della moglie morta del protagonista arriverà al punto di replicare il suicidio, dimostrando così una piena consapevolezza di sè e una complessità interiore profondamente umana, pur essendo in fondo soltanto “un aggregato di neutrini”. La materia originaria di Solaris, dunque, può tradursi in montagne, in isole, o in esseri viventi pensanti. L’astronauta Kelvin in questo modo si trova di fronte al vero segreto della realtà, l’ultimo, il più profondo, il più indicibile di tutti i segreti. Quella sostanza primordiale da cui tutte le cose hanno avuto origine.

Stefano Zampieri

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