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Recensione: “La bibliotecaria di Auschwitz” di Antonio Iturbe.

Antonio Iturbe è uno scrittore spagnolo, con questo romanzo pubblicato nel 2012 e tradotto in 13 lingue, ha raggiunto una meritata notorietà internazionale. La Bibliotecaria di Auschwitz è la storia romanzata di Dita Kraus, ebrea nata a Praga e attualmente residente in Israele, una sopravvissuta che all’età di 14 anni, rinchiusa nel campo di sterminio, è riuscita a organizzare una piccola biblioteca per i detenuti. Sono solo otto volumi malridotti fortunosamente strappati alla distruzione di tutti i segni di civiltà perpetrata scientificamente dai nazisti. Ma a dispetto dei carnefici un piccolo gruppo di detenuti riesce a organizzare intorno a quei pochi libri una vera e propria scuola per i più piccoli. La giovane Dita ha il compito di custodire e distribuire i volumi simbolo di una silenziosa ma tenace forma di resistenza all’annientamento, “le parole – dice Dita – suonavano più forti delle mitragliatrici”. L’esperienza purtroppo era destinata a concludersi tragicamente. Nel luglio del ’44 i prigionieri del suo blocco furono mandati alla camera a gas o trasferiti, come la protagonista, in un altro campo. Ma il segno della volontà di sopravvivenza ad ogni costo rimane chiaro e indelebile negli occhi del lettore.

Forse questo testo potrà sembrare fuori posto in Leggere Distopico, ma è bene cominciare a pensare che la testimonianza di Auschwitz sta ormai cambiando la sua natura. I testimoni reali sono quasi tutti scomparsi, ciò che avevano da dire è stato ampiamente detto e scritto, ora tocca alla letteratura. E questo testo, chiaramente ispirato ai racconti dei sopravvissuti e ben documentato, racconta la tragedia di Auschwitz passando dal registro della testimonianza a quello della narrazione. L’evento ne appare come trasfigurato in una realtà distopica, un tempo incerto tra il passato degli eventi e il futuro del pericolo, una torsione della memoria che diventa proiezione verso una possibilità sempre presente, un rischio che non è mai stato definitivamente cancellato, in questo senso il volume può essere letto come una distopia critica, che mostra un passato per suscitare nel lettore la coscienza di un pericolo che deve sempre essere tenuto presente, e apre la soglia dell’attenzione di fronte alle pratiche del potere, della violenza, della sopraffazione.

STEFANO ZAMPIERI

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