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RECENSIONE: “L’involo: una fiaba” di Natalia Theodoridou.

Recensione

Natalia Theodoridou è un’autrice greca che con questo racconto ha guadagnato il World Fantasy Award del 2018. È lapalissiano il motivo, nonostante l’esiguo numero di pagine, “L’involo” è una storia intensa, fatta di una scrittura fortemente sensoriale e non solo.
Non c’è dato sapere in che anno ci troviamo. Maria, la voce narrante, sta sciorinando la storia di quanto accaduto alla bambina che porta in grembo.
L’incipit è folgorante:

“Okay, piccola, ci siamo. Ascolta: C’era una volta una storia sulla fine del mondo. No, riproviamo. Questa è una fiaba su com’è finito il mondo. No, non funziona neanche così. Mi dispiace, piccola mia. Non ci so proprio fare. E comunque il mondo non è finito. È semplicemente cambiato.”

Il suo è un resoconto mutevole che, in maniera camaleontica, si assesta in una proporzione sì complessa eppure non più così acerba.

La donna si aggira in uno slum quasi del tutto saccheggiato, ma ormai ha imparato la dura arte dell’arrangiarsi e sa come cavarsela da sola. Di lei emerge la perseveranza, anche se la paura non manca, si è prefissata un obiettivo ed è animata dalla volontà di farcela a tutti i costi.
Con tenui e funzionali espedienti narrativi lo scenario di desolazione che ne viene fuori è tipicamente post-apocalittico: città in rovina a causa di un virus che ha annullato il confine tra uomo e animale, trasformando irrimediabilmente chi viene colpito in un uccello di qualsivoglia genere. La popolazione è stata investita a livello mondiale dagli effetti di questa misteriosa epidemia; orde di ex umani volteggiano in cielo o guardinghi stanno appollaiati pronti a colpire. Chi non ha subito quest’alterazione tenta di sopravvivere come può e di sfuggire al graffio infettivo.
L’autrice sceglie di capovolgere quella sorta di umanizzazione degli animali propria delle fiabe di Andersen – anche se in un primo momento ho scorto echi da “I cigni selvaggi” – trasportandoci talvolta in atmosfere di una bellezza quasi “hitchcockiana”. Riesce nell’intento di coinvolgere il lettore in un viaggio tanto fisico quanto dell’anima, l’unione tra dimensione fiabesca, speculative fiction e quel pizzico di weird conferiscono un tocco di originalità che non guasta mai.
Per certi versi, un aggettivo che sembra calzargli a pennello è: struggente, riecheggia per quasi tutta la durata della narrazione un quid di malinconico.
La mia personalissima interpretazione è che il cuore di questo romanzo stia proprio nel potere salvifico della parola, poi sarà il destino a decretarne la conclusione.
L’unica vera pecca – se così si può chiamarla – sta appunto nella sua essenzialità, avrei voluto sapere MOLTO di più circa l’avvento di questa peste aviaria e dei suoi devastanti effetti sulle città e persone.
Natalia Theodoridou è sicuramente una scrittrice da attenzionare perché non ha bisogno di alzare la voce né di causare sconvolgimenti emotivi in chi legge, è la pacatezza il suo punto di forza.

Elisa R

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