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Recensione: “La città condannata” di Arkadij e Boris Strugackij.

Scritto negli anni ’70 e sepolto in un cassetto perché improponibile nella società del tempo e poi finalmente pubblicato alla fine degli anni ’80, quando le condizioni politiche in Unione Sovietica stavano cambiando radicalmente, La città condannata dei fratelli Strugackij è certamente un libro di lettura impegnativa perché denso e complesso, innegabilmente figlio della migliore tradizione narrativa russa, ma al contempo è uno di quei romanzi dal profilo epico capaci di costruire un altro mondo come fosse lì, reale, a portata di mano del lettore. La città a cui allude il titolo è infatti un vero e proprio mondo altro, di cui si intuisce che forse non è nemmeno sulla terra, e che è nata da un Esperimento a cui si fa riferimento continuamente, facile trasposizione di quella che l’ideologia dell’epoca indicava come “il progetto del socialismo in un solo Paese”. Qui però vigono regole non sempre chiare e non sempre comprensibili. Una per esempio impone agli abitanti di cambiare mestiere periodicamente, e infatti il gruppo dei personaggi lo troviamo in ogni capitolo all’interno di una situazione diversa, prima sono netturbini, poi inquirenti, poi giornalisti, e si tratta di un gruppo assurdamente eterogeneo: il protagonista è Andrej, russo, emulo di Stalin; insieme a lui ci sono un giapponese, un cinese, un americano, un agricoltore russo, un ebreo, un nazista. Tutta la vicenda si snoda attraverso discussioni interminabili, e scambi densi di riferimenti politici e filosofici, in un clima di devastazione imminente, in cui le strade sono invase da scimpanzé sanguinari e il sole è una lampada che si accende e si spegne un po’ a caso. Alla fine il gruppo è coinvolto in una esplorazione fallimentare dei limiti della città e dell’esistenza di una fantomatica Anticittà. Ma la ricerca si arena, i mezzi si guastano, il gruppo si spacca.
Il lettore è condotto a porsi continuamente domande sulla natura del potere, sulla condizione umana, sul destino del singolo e della collettività, sull’erosione del tempo, sulla decadenza dei valori, e ciò che appare più chiaramente è che non ci sono risposte da offrire. Gli autori non hanno tesi da dimostrare, tutt’al più mostrano l’esigenza di confrontarsi con una normalità che è inesorabilmente caotica, e di conseguenza l’impossibilità di imporre un ordine razionale alle cose del mondo.

Gli attori di questa avventura ignorano lo scopo dell’Esperimento e quindi non sono mai in grado di stabilire se esso stia riuscendo o stia fallendo, ma sono incitati ad andare avanti da un Mentore personale, che è la figura più enigmatica di tutto il romanzo, un incrocio tra un burattinaio, un motivatore e una voce della coscienza. Forse è l’ideatore dell’Esperimento e quindi anche l’unico che ne conosce lo scopo.
Inutile negare che la sensazione finale per il lettore è di grande amarezza, come se davvero non ci fossero valori stabili, non ci fossero obiettivi da perseguire, come se davvero la nostra esistenza fosse quell’insieme di casualità e di insensatezza che da sempre cerchiamo di esorcizzare. Ma a leggere La città condannata viene il dubbio che le cose invece stiano proprio così.


Ogni cosa al mondo non è altro che merda, aveva detto Izja sfregandosi i denti con un dito ben lavato. Anche tutti questi vostri aratori, tutti questi tornitori, tutti questi vostri laminatori, tutte queste vostre rigogliose e fantastiche varietà di grano. Tutto questo non è altro che merda, non è altro che concime. Tutto questo passerà. O passerà per sempre senza lasciare traccia, o passerà perchè si traformerà. Sembra importante perchè la maggioranza crede sia importante. E la maggioranza crede sia importante perchè il suo obiettivo è quello di riempirsi la pancia e gratificare il proprio corpo con il minimo sforzo possibile.

Stefano Zampieri

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