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RECENSIONE: “Buio” di Anna Kańtoch – traduzione di Francesco Annichiarico.

Trama:

Dimessa da un sanatorio sul Baltico nel 1935, una donna senza nome giunge a Varsavia, accompagnata dal fratello maggiore Franciszek, per dimenticare il passato. Eppure, nel turbinio di colori e suoni e nel chiacchiericcio dei caffè, i ricordi riaffiorano prepotenti, riportando la protagonista al 1914, a Buio, l’amata tenuta dell’infanzia, che è stata anche lo scenario della misteriosa morte dell’attrice Jadwiga Rathe. Chi l’ha uccisa? E chi era davvero quella donna affascinante venuta dalla città, che attirava gli sguardi di tutti? A poco a poco la vicenda si ricompone, i dettagli si sommano per convergere, tra dubbi, sospetti, rivelazioni, in un’unica, scioccante verità. Con una prosa ricercata e ammaliante, in un fluire di piani temporali che si incrociano e si sovrappongono, Anna Kańtoch costruisce una storia torbida e audace, che parla di infanzia e di disagio psichico, di famiglia ed emancipazione, trascinando il lettore in un seducente labirinto psicanalitico, un vertiginoso viaggio nei recessi nella memoria.

Recensione

Anna Kantoch ha dato vita a un romanzo ossessionato dal mistero e dall’urgenza di venirne a capo scandagliando gli angoli più reconditi dell’inconscio.
Non c’è dato sapere il nome dell’io narrante che ci accompagnerà per mano lungo tutto il libro, ma il suo essere stata paziente di un sanatorio potrebbe far di lei una narratrice inattendibile. Ed è da lì che inizia il resoconto; la giovane donna lascia la struttura per seguire il fratello ma – come un tarlo fastidioso che si insinua nella mente – non riesce a dimenticare lo sconvolgimento emotivo causatole dal fatale incontro con Jadwiga Rathe, la cui scomparsa è avvolta da una densa coltre di mistero.
Presente e passato si intrecciano magistralmente, in un’alternanza tra i ricordi e l’adesso, a tratteggiare una tragedia che incombe.
C’è poca indulgenza nella parole che la donna usa per descriversi e descrivere chi le sta intorno, si percepisce quella che potremmo definire una sorta di anaffettività, da fuori sembra semplicemente freddezza e distacco, ma cela quasi un blocco nell’esprimere le sue emozioni.

Anche questo è il prezzo che si paga per diventare adulti: non riuscire più a ricordare i bei momenti, senza scordare cosa sia successo dopo.

Il “Buio” del titolo ha molteplici sfaccettature: il nome della città immaginifica che ammalia e illude nella quale è ambientato il romanzo – ne intuiamo a stento la sua architettura – l’oblio di un passato sfuggente, i δαίμων che si agitano nel cuore della protagonista.

Con uno sguardo lucido, Kańtoch rappresenta l’inestinguibile dissidio tra realtà e finzione – al limite del fuorviante – dove a susseguirsi sono temi insidiosi: la delicata e, talvolta, instabile psiche umana, un amore saffico ammantato di ambiguità, la spregiudicatezza di una donna emancipata all’interno di un contesto storico non proprio tollerante, una passione inquieta che serpeggia labile sfiorando la perversione.
Un romanzo dalle molte facce – giunto in Italia grazie alla Carbonio Editore – altresì “inclassificabile” per quanto riguarda i rigidi canoni del genere, perché vi è una vera e propria miscellanea, ma che comunque riesce nell’intento di trasmettere un quid di inquietante e malinconico.
Preferisco non scendere nei dettagli in merito all’aspetto fantascientifico perché potrei anticipare più del necessario, ma vi è un elemento soprannaturale presentato in maniera molto sottile vicino tanto al concetto di speculative fiction quanto allo sci-fi, il tutto condito da un’atmosfera ansiogena tipicamente mistery.
Potremmo quasi definirlo cronaca di se stessa (nei riguardi della voce narrante) in bilico tra la sua contemporaneità e il passato oppure un romanzo di formazione distorto che trascina questa donna in un’esperienza che la costringerà a guardarsi dentro ricomponendo, pezzo dopo pezzo, il mosaico di una vita intera all’insegna di un faccia a faccia con l’ineluttabilità del destino.
Con una prosa ricca ed evocativa che, talvolta, strizza l’occhio a quella di Mircea Cărtărescu non solo per la forma ma anche per il fil-rouge del ricordo, Kańtoch riesce a comporre il ritratto di una Carmilla moderna, forse inconsapevole della sua carica erotica, dissimulata in un’artificiosa impassibilità.
È un romanzo che anche se sembra risolversi in poche pagine necessita di una particolare attenzione, è facile lasciarsi disorientare da quell’onirismo crescente, non vi nego che io stessa non sono certa di essere riuscita a cogliere appieno ogni sua singola sfumatura.

Elisa R

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