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Review: The Idealist, an Aaron Swartz Biography by Justin Peters - Bloomberg

Probabilmente non sapete chi è il giovane uomo che vedete in questa foto, e nemmeno quale sia il motivo per cui ho deciso rubarvi qualche minuto per raccontarvi la sua storia.

Il suo nome è Aaron Swartz, si è tolto la vita nel 2013, a soli 26 anni.

Inserito postumo l’American Library Association’s James Madison Award per essere stato un “forte sostenitore per la partecipazione pubblica al governo e l’accesso illimitato ad articoli accademici sottoposti a revisione paritaria” (cit: outspoken advocate for public participation in government and unrestricted access to peer-reviewed scholarly articles) ” e nell’Internet Wall Of Fame, per il ruolo significativo nel rendere i dati governativi e accademici più disponibili gratuitamente al pubblico (Swartz played a significant role in making government and academic data more available for free to the public). Qui trovate tutta la cerimonia d’investitura.

Giovane, sveglio e animato dalla luce dell’inventiva, a soli 14 anni ha è diventato coautore della specifica RRS, sì quella degli aggiornamenti digitali. Poco dopo ha partecipato alla creazione del codice sorgente di Creative Commons, ha co-fondato Reddit, il framework web.py e Demand Progress, una ONG che si pone l’obbiettivo di sviluppare la coscienza sociale legata ai diritti degli utenti digitali. Negli anni ha lavorato a Watchdog, Open Library, DeadDrop, ThoughtWorks, Tor2web, fino al giorno in cui la sua vita ha preso una svolta definitiva.

Aaron Swartz, oltre che sveglio, era animato da buoni propositi. Non si accontentava di guadagnare dalle sue creazioni, voleva tirare fuori il buono che vedeva navigare nel caos del web.

Nel 2008 Aaron redige il Guerrilla Open Access Manifesto (che non vi traduco solo per rispetto) e lo fa proprio dal nostro paese:

Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. The world’s entire scientific and cultural heritage, published over centuries in books and journals, is increasingly being digitized and locked up by a handful of private corporations. Want to read the papers featuring the most famous results of the sciences? You’ll need to send enormous amounts to publishers like Reed Elsevier.

There are those struggling to change this. The Open Access Movement has fought valiantly to ensure that scientists do not sign their copyrights away but instead ensure their work is published on the Internet, under terms that allow anyone to access it. But even under the best scenarios, their work will only apply to things published in the future. Everything up until now will have been lost.

That is too high a price to pay. Forcing academics to pay money to read the work of their colleagues? Scanning entire libraries but only allowing the folks at Google to read them? Providing scientific articles to those at elite universities in the First World, but not to children in the Global South? It’s outrageous and unacceptable.

“I agree,” many say, “but what can we do? The companies hold the copyrights, they make enormous amounts of money by charging for access, and it’s perfectly legal — there’s nothing we can do to stop them.” But there is something we can, something that’s already being done: we can fight back.

Those with access to these resources — students, librarians, scientists — you have been given a privilege. You get to feed at this banquet of knowledge while the rest of the world is locked out. But you need not — indeed, morally, you cannot — keep this privilege for yourselves. You have a duty to share it with the world. And you have: trading passwords with colleagues, filling download requests for friends.

Meanwhile, those who have been locked out are not standing idly by. You have been sneaking through holes and climbing over fences, liberating the information locked up by the publishers and sharing them with your friends.

But all of this action goes on in the dark, hidden underground. It’s called stealing or piracy, as if sharing a wealth of knowledge were the moral equivalent of plundering a ship and murdering its crew. But sharing isn’t immoral — it’s a moral imperative. Only those blinded by greed would refuse to let a friend make a copy.

Large corporations, of course, are blinded by greed. The laws under which they operate require it — their shareholders would revolt at anything less. And the politicians they have bought off back them, passing laws giving them the exclusive power to decide who can make copies.

There is no justice in following unjust laws. It’s time to come into the light and, in the grand tradition of civil disobedience, declare our opposition to this private theft of public culture.

We need to take information, wherever it is stored, make our copies and share them with the world. We need to take stuff that’s out of copyright and add it to the archive. We need to buy secret databases and put them on the Web. We need to download scientific journals and upload them to file sharing networks. We need to fight for Guerilla Open Access.

With enough of us, around the world, we’ll not just send a strong message opposing the privatization of knowledge — we’ll make it a thing of the past. Will you join us?

Aaron Swartz
July 2008, Eremo, Italy

Un manifesto che ancora oggi indigna e spaventa, per la prima volta qualcuno ha il coraggio di capire che le informazioni non si rubano, si dovrebbero “dare”. La coscienza digitale, la condivisione di dati scientifici per il bene della collettività e le ricerche non più coperte da copyright devono essere accessibili a tutti e non solo a coloro che hanno la possibilità di pagare le licenze di lettura.

Un’idea che lo ha portato a lottare utilizzando anche mezzi sbagliati.

Nel 2011 viene accusato da JSTOR, una biblioteca digitale proprietaria di molti documenti, di aver violato la legge sul copyright. Aaron Swartz aveva scaricato quasi cinque milioni di articoli accademici (5.000.000) precedenti al 1923, e quindi non più protetti da copyright, ma consultabili solo a pagamento presso il JSTOR. Una violazione che gli è valsa un processo in cui rischiava cinquant’anni di galera e oltre un milione di dollari di mula. Un gesto atto a dare libero accesso a risorse che, legalmente parlando, avrebbero già dovuto esserlo ma che il JSTOR non metteva a disposizione del pubblico.

Già nel mirino del Congresso per il suo ruolo reazionario, la posizione di Aaron si aggrava nel 2012 quando riesce a fermare la Stop Online Piracy Act, la legge del governo statunitense che si riprometteva di punire in maniera severa chi violava il copyright.

Da quel momento diventa bersaglio di ogni possibile sopruso legale e mediatico. La sua vita si trasforma in un inferno, le sue finanze vengono congelate, le accuse si susseguono e il mondo sembra crollargli addosso.

Stanco, depresso e sfiduciato, Aaron Swartz si impicca nel suo appartamento l’11 gennaio 2013. La sua lotta per donare l’accesso alla conoscenza a tutti si ferma con il suo ultimo respiro.

Improvvisamente tutto decade, la richiesta di condanna sembra eccessiva e il mondo informatico e accademico inizia a sostenere il ragazzo che fino a quel momento ha ignorato. La paura dell’indignazione pubblica vale più di quella che avevano a schierarsi in suo aiuto durante il processo.

Aaron Swartz è uno dei tanti anonimi che hanno lottato per farci uscire dall’oscurantismo di cui siamo vittime. Guardava al futuro e voleva rendere internet un posto migliore, un posto in cui trovare ciò che la realtà ci impedisce di raggiungere.

Nel luglio 2014, la Giunta comunale di Mantova ha intitolato il centro servizi della città alla memoria di Aaron Swartz.

Delos

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