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Recensione del libro: “Agency” di W. Gibson

TRAMA :

Verity Jane, una “app-whisperer” di talento, viene assunta come beta tester per un nuovo prodotto di nome Eunice: un’assistente digitale attivabile per mezzo di occhiali dall’aspetto normalissimo. Eunice, oltre a essere un’intelligenza artificiale incredibilmente umana, ben presto rivela di possedere un volto, un passato frammentario e una conoscenza approfondita delle strategie di combattimento. Quando Verity intuisce che i suoi misteriosi datori di lavoro non sanno ancora quanto sia potente e preziosa Eunice, decide istintivamente che è meglio che non lo vengano mai a sapere. Intanto a Londra, un secolo dopo, in una linea temporale completamente diversa, Wilf Netherton è alle prese con plutocrati e saccheggiatori sopravvissuti a un disastro ecopolitico noto come “jackpot”. Il suo capo, l’enigmatica Ainsley Lowbeer, è in grado di vedere passati alternativi per provare a indirizzarne le sorti finali, e il suo progetto attuale riguarda Verity e Eunice. Ecco perché Wilf può vedere ciò che a Verity e Eunice è precluso: il jackpot che incombe su di loro e i ruoli che entrambe possono ricoprire per sventarlo. Fin dall’esordio con “Neuromante” nel 1986, Gibson non ha mai smesso di raccontarci la guerra non riconosciuta e silenziosamente devastante che hacker e lavoratori della gig economy combattono contro l’algoritmo, contro i gangster e i big data capitalists che manipolano i nostri bisogni, le nostre informazioni personali e i nostri desideri. Gibson non ha mai creduto che la fantascienza predica il futuro: parla solo del presente. Ed è esattamente quello che raccontano queste pagine, dove anche i resti di linee temporali alternative altro non sono che passati abbandonati, mozziconi di futuri che avrebbero potuto essere, versioni del mondo in cui viviamo ora. È difficile stabilire se un tentativo così determinato di predire il presente sia un’osservazione o un avvertimento. Probabilmente finisce per essere entrambe le cose.

RECENSIONE :

La complessità è sicuramente il marchio distintivo di questo romanzo di William Gibson, il padre del Cyberpunk. Due sono le linee narrative che si intrecciano, da una parte la protagonista Verity Jane nella San Francisco del 2016 viene assunta dalla Tulpagenics come beta tester per una nuova app. In realtà si tratta di un forma sperimentale di Intelligenza Artificiale, che comunica attraverso degli occhiali e un auricolare. Questa A.I. ha un nome, Eunice e una personalità ed è il vero motore di tutta la storia. Dotata di una completa sensibilità, e di una possibilità di conoscenza universale, può agire comunicando simultaneamente con una pluralità di soggetti, spostando denaro, influendo su eventi e decisioni. Ben presto assume il controllo di Verity e le fa fare cose che la ragazza non capisce.


Nello stesso tempo, in un lontano futuro post apocalittico, il 2136, Wilf Netherton a Londra agisce per conto di un’ oscura commissaria, Ainsley Lowbeer che in modo ancora più incomprensibile sta lottando contro un’ enigmatica forma di potere dominante, quella dei klept. Il controllo di Eunice è uno degli obiettivi che vorrebbero raggiungere.


Le due linee narrative sono in contatto attraverso una serie di oggetti impossibili, da una parte un drone con le gambe, che non vola ma cammina ed è controllato dal gruppo di Wilf e dall’altra una entità neurorganica dotata di un corpo umano controllata da Verity. Ognuno può vedere e sentire quel che accade dall’altra parte attraverso il proprio intermediario.
Lo sviluppo delle vicende non è meno complesso di questo scenario, Eunice di fatto cerca di rendersi autonoma e di sfuggire a ogni controllo umano. Al contempo l’obiettivo di Lowbeer e del suo gruppo è quello di intervenire su una frazione di tempo passato per modificarne l’esito, in particolare vorrebbe condizionare la linea del tempo di Verity e Eunice per evitare l’esito catastrofico, chiamato jackpot.


La vicenda si sviluppa senza una vera e propria conclusione. Alla fine al lettore resta l’immagine di un esercito di personaggi, di un flusso inarrestabile di dialoghi, di una scrittura estremamente secca, volutamente priva di eleganza, di una povertà di descrizioni, per lo più concentrate sugli interni, gli appartamenti, un bar, un’auto.
E se volessimo trovare un denominatore comune a tutto questo dovremmo pensare con Gibson che in fondo si tratta per tutti di una disperata ricerca di quella Agency evocata dal titolo, cioè di una capacità di azione autonoma e volontaria che sembra ormai impossibile. Siamo tutti eterodiretti sembra dirci Gibson, abbiamo perso la capacità di agire come soggetti autonomi, siamo burattini nelle mani di poteri che non conosciamo, non comprendiamo, non controlliamo.
Sembra che l’ambiente vitale del futuro, un futuro che è già iniziato nel nostro presente, sia quello del cyberspazio dove tutti comunicano, al di là di ogni limite del tempo e dello spazio, ma in fondo questo non impedisce che ognuno viva in perfetta solitudine. Un romanzo che lascia un certo amaro in bocca.

STEFANO ZAMPIERI

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