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Recensione: “Censimento” di J. Ball.

TRAMA:

In un paese senza nome, un uomo decide di prendere un incarico misterioso: il censimento degli abitanti dalla città di A alla città di Z.
L’uomo sa di non avere più molto da vivere e si mette in viaggio con il figlio, un ragazzo con la sindrome di Down, a cui è legato da un amore profondo e inesprimibile.
Insieme vanno da una casa all’altra: c’è chi li accoglie con gioia, chi si rifiuta di farli entrare, chi è ansioso di condividere un pensiero o un ricordo, chi vuole che restino. A mano a mano che il viaggio procede verso nord, i luoghi sembrano perdere i confini e le parole diventano evanescenti. Lungo la strada il padre finalmente capisce la purissima, radicale innocenza del figlio, il suo mondo in cui solo le emozioni sono reali. E così prende forma l’eredità che l’uomo vuole lasciargli, l’unica in grado di sopravvivere quando le parole non dicono più nulla: il potere della memoria, l’amore assoluto, la nostalgia.
Con “Censimento”, Jesse Ball ci consegna un diario di viaggio nell’animo umano: un romanzo on-the-road tenero e crudele come una fiaba kafkiana, una storia che è un testamento d’amore e insieme l’omaggio dello scrittore a suo fratello Abram, a cui è ispirato il giovane protagonista.

Questo libro è per il cormorano, che sta in piedi sulla terraferma ad ali spiegate, e lascia che il vento gli asciughi le piume.

RECENSIONE:

“Censimento” di Jesse Ball, giunge in Italia nell’ottobre del 2018 grazie alla NNEditore e su traduzione di Guido Calza.
Molto di questo libro viene spiegato nella sinossi, ma tenterò comunque di aggiungere del mio.
Se dovessi scegliere un solo aggettivo per descriverlo userei: esistenziale, dati i numerosi tropi sugli approcci alla vita.
Quando ho chiesto di recensirlo, mi sono fidata dell’aggettivo “distopico” che gli veniva accostato su Goodreads e mi ha spiazzata constatare in prima persona che l’intelaiatura distopica è puramente marginale e adoperata solo come pretesto per narrare del resoconto di un viaggio padre e figlio verso il nord, con lo scopo fittizio di svolgere il censimento.
Il compito dei rilevatori consiste nel bussare porta a porta e porre delle domande a chi acconsentirà – non sappiamo con esattezza in cosa consista il questionario – ma chi vi è sottoposto dopo verrà “marchiato” con un tatuaggio sulla costola affinché non venga più conteggiato nella fase di rilevazione statistica. Un lavoro che all’apparenza potrebbe risultare semplice, ma che invece nasconde delle insidie e viene così definito:

Quando formula una domanda, lei non sta cercando una risposta automatica, immagazzinata nel cervello. Diamine, a quella potrebbe arrivare da solo, senza chiedere, senza scomodare nessuno. Lei, invece, sta ponendo la domanda perché venga riconsiderata alla luce dell’intero vissuto della persona, che lei non può conoscere finché la persona non glielo racconta.

Non c’è dato sapere neppure dov’è ambientata la storia, un mondo descritto con pochi tocchi e spetterà al lettore colmare, con la sua immaginazione, quei vuoti; difatti i centri urbani vengono rinominati con una lettera dell’alfabeto ed è proprio seguendo quest’ordine alfabetico che i nostri protagonisti si sposteranno dalla città di A fino all’ultima tappa, ossia Z, che decreterà la fine del viaggio.
Il padre, del quale non conosceremo mai il nome, si lascia andare in digressioni sul passato che ha condiviso con sua moglie e c’è del simbolismo legato alla figura del cormorano talvolta dedito a crogiolarsi al sole altre a librarsi in volo ma che preserva comunque la sua maestosità.
Ci si sofferma sul concetto di paternità, ma anche sul come la gente abbia modi diversi (e non sempre condivisibili) di approcciarsi a un bambino che ha delle disabilità, infatti, il figlio è affetto da Sindrome di Down.

[…] non sempre sono indispensabili la ragione e il buonsenso, se è presente un fugace flusso di gentilezza.

Anche se da genitore si cerca sempre di proteggere il proprio figlio dalle brutture della realtà, giocoforza ci si cozzerà… Il piccolo verrà sì a contatto con l’ignoranza, i pregiudizi, la malignità e la derisione (spesso proprio da parte di altri bambini), ma per entrambi sarà possibile trarne un “beneficio” poiché permetterà loro di fare una cernita e scovare, in mezzo “al mucchio”, persone dotate di una grande sensibilità e bontà d’animo che fanno ancora sperare nell’accettazione del diverso che, spesso, diamo per scontato ma non sempre è così.


Una narrazione concentrica che parte dall’ingegnosità del censimento e progressivamente si restringe su questo ragazzo speciale e la sua candida visione del mondo; il padre – al quale spetta il ruolo di voce narrante – avverte come una spada di Damocle l’opprimente e sempre più vicino fardello della morte e il lascito che vorrebbe offrire al ragazzo è lo stimolo a proseguire il cammino della vita con la consapevolezza che l’ignoto gli si aprirà dinanzi, ma che l’amore dei genitori lo accompagnerà sempre. Il finale ambiguo spinge a meditare su quesiti che restano appesi a un filo.


Jesse Ball per imbastire “Censimento” non si affida a un linguaggio amplissimo o a perifrasi arzigogolate, è un romanzo scarno tanto nel world-building quanto nello spettro emozionale e descrittivo dei personaggi che di volta in volta ci vengono presentati, tuttavia sa colpire nei punti giusti perché si sa – quando è ben realizzata – la letteratura è rifugio.


Uno stile di scrittura flemmatico e dalle suggestioni metafisiche, dove l’autore dosa con cura racconto e asprezze, barcamenandosi tra la rassicurante nostalgia dei ricordi, un grigio presente e un ben più nebuloso futuro.


Un romanzo a chiave atipico, per certi versi ispirato da una storia vera – data anche la presenza di alcune emblematiche foto – capace di indagare il complesso rapporto tra genitorialità e società, dove per mezzo di questa peregrinazione ci ritroviamo anche noi a vivere un’avventura schietta, a tratti toccante e talvolta intrisa di grande tenerezza.

Elisa R

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