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Recensione: “The Umbrella Accademy”.

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TRAMA:

Il 1º ottobre 1989, 43 donne in tutto il mondo partoriscono contemporaneamente, nonostante nessuna di loro mostri alcun segno di gravidanza sino all’inizio del travaglio. Sette di questi bambini vengono adottati dall’eccentrico miliardario Reginald Hargreeves, il quale li addestra attraverso quella che lui chiama “The Umbrella Academy”, formando così una squadra di supereroi. Hargreeves dà ai bambini numeri anziché nomi, ma alla fine vengono conosciuti come Luther (Numero Uno), Diego (Numero Due), Allison (Numero Tre), Klaus (Numero Quattro), Cinque (Numero Cinque), Ben (Numero Sei) e Vanya (Numero Sette). Numero Cinque non viene mai definito con un nome proprio. Hargreeves mette sei dei suoi figli a lavorare per combattere il crimine, mentre Vanya viene tenuta in disparte perché ritenuta priva di poteri. Luther è stato inviato dal padre sulla Luna per compiere una missione, Diego è diventato un vigilante, Allison è una famosa attrice che ha appena divorziato, Klaus è un tossicodipendente, Cinque è scomparso quando era un ragazzino, Ben è morto da tempo e Vanya è una violinista.

RECENSIONE:

Super dysfunctional family. Definizione azzeccattissima.

Nel 1989 Reginald Hargreeves, un misterioso miliardario con più segreti che sorrisi, adotta sette bambini per trasformarli in una squadra di supereroi. Non perde tempo ad affezionarsi a loro, e nemmeno a dargli dei nomi, il suo unico scopo è addestrarli. Delega a Mamma, un androide amorevole, e a Pogo, una scimmia senziente, il compito di interagire con loro, mentre lui passa tutto il tempo a scrivere sul suo diario e a imporre regole severissime.

Lo svago è concesso solo la domenica, da mezzogiorno a mezzogiorno e mezzo. Il resto del tempo deve essere investito nello studio e nel perfezionamento dei poteri.

Un ambiente familiare che, con il passare degli anni, porta i ragazzi a crescere con un’insopportabile voglia di ribellione, che li spinge a cercare la libertà che gli è sempre stata negata. Almeno fino al giorno in cui il padre muore, riunendo la famiglia una settimana prima della fine del mondo.

“The Umbrella Accademy”, serie tratta dalla magnifica miniserie a fumetti di Gerard Way e Gabriel Bá, è un’opera vibrante complessa e profondamente ironica.

Ogni personaggio ha una storia da raccontare, delle debolezze che sfociano nel comico e un lato oscuro che sorprende. Gli incastri narrativi, che si sviluppano in due stagioni di 10 episodi l’una, trascinano lo spettatore in un assurda epopea familiare che ha come conseguenze l’apocalisse.

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In un complicato susseguirsi di sfortune, scelte perennemente sbagliate e viaggi nel tempo, i fratelli si troveranno a dover contrastare la fine del mondo, consapevoli di farlo solo per poter sopravvivere abbastanza da mettere una pezza agli errori che continuano a commettere.

Klaus, il mio personaggio preferito assieme a Cinque, vive afflitto dal potere di vedere i morti. Trova la pace solo nelle droghe che gli ottenebrano il cervello, vorrebbe essere felice ma sembra che la morte lo segua impedendogli di essere allegro anche da sobrio.

La pace eterna è probabilmente sopravvalutata!

Cinque, un cinquantottenne bloccato nel corpo di un tredicenne, non ha tempo per le stupidaggini, nemmeno per scegliersi un nome. Pragmatico, folle e costantemente impegnato a cercare di non ammazzare qualcuno è il motore che fa muovere l’Umbrella.

L’apocalisse sta arrivando e tutto ciò a cui pensi è drogarti?

Vanya, priva di poteri, vive nell’ombra dei fratelli tentando disperatamente di farsi accettare. Umile e sottomessa vorrebbe solo un gesto d’affetto, un sorriso che le faccia sentire l’amore che non ha mai avuto.

Nostro padre non ha mai perso l’occasione di ricordarmi quanto fossi inadeguata. Da bambina non è stato facile accettarlo.

Ben, è morto.

Ehi, io sono qui.

Allison, la diva. Capace di far fare alle persone ciò che vuole ha una vita apparentemente perfetta, se non fosse che l’ha costruita sulla finzione dei suoi poteri.

Sei l’uomo più dolce e gentile che abbia mai conosciuto. E se questo non era già evidente, ho dovuto paragonarti a tutti gli altri.

Diego, selvaggio e aggressivo per nascondere il suo complesso d’inferiorità, è il vero combattente del gruppo. Quello forte, spietato, che cerca nello sguardo di Mamma una consolazione al dolore che porta dentro.

Il punto non è perché noi ce ne siamo andati, ma perché tu sei rimasto.

Luther è il bravo ragazzo, tanto forte quanto spaventato. Unico rimasto al fianco del padre, costretto a vedere il mondo dalla finestra senza mai potersi concedere una distrazione.

Sono rimasto perché il mondo aveva bisogno di me.

Cinque fratelli e due sorelle, sette individui che messi assieme fanno un cocktail esplosivo di cinismo e surrealtà.

Altra nota che merita di essere citata è la colonna sonora che accompagna le due serie, che sottolinea i momenti salienti con musiche a contrasto.

Ve la consiglio, superate i primi tre episodi e vi troverete trascinati nel folle mondo della Umbrella Accademy.

A presto

Delos

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