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Recensione:” Vegan Holocaust” di S. Setola.

Bentrovati distopici!

Oggi, vorrei proporvi la recensione di questo romanzo molto particolare.

Costruito in modo molto originale attraverso un montaggio di materiali estremamente efficace. Inoltre è scritto magnificamente, e questo non guasta. Tuttavia va detto che non c’è una linea narrativa continua. ogni capitolo è un episodio distinto che contribuisce a costruire una situazione, un ambiente, una realtà, un mondo. Come la tessera di un puzzle. Ecco allora brevi racconti, talvolta di persone morte, oppure articoli di giornale, dissertazioni, testi di leggi. Ciò rende talvolta la lettura faticosa e potrà scoraggiare qualche lettore, ma chi avrà la pazienza di arrivare alla fine potrà comporre il quadro di una tragedia che si consuma nel tempo sino alla sua inevitabile conclusione. Ma partiamo dalla TRAMA:

Anno 2089. In Europa i vecchi stati nazionali si sono fusi in un unico stato federale che adotta una costituzione ispirata ai valori del veganismo antispecista. La società, governata da un efficiente sistema tecnocratico, è strutturata rigidamente in tre classi sociali – i biomigliori, i bioimperfetti e i bioperdenti – determinate dal grado di astinenza dai cibi animali e dalle performance professionali ottenute sul mercato del lavoro. Nella FEA, la Federazione Europea Antispecista, ciascuno è chiamato a una competizione etica e tecnica per ascendere al rango di biomigliore e guadagnarsi l’opportunità di vivere nelle Zone 1 delle ecometropoli europee: delle esclusive aree residenziali costruite secondo le più avanzate tecnologie dell’architettura green. In questo contesto all’apparenza perfetto ma minacciato da una guerra fredda, dal terrorismo del Libero Spirito e dal riscaldamento globale, si muovono una serie di personaggi che raccontano – da morti, come in un’Antologia di Spoon River da un futuro distopico – un mondo invasato dalla purezza ideale e destinato a una grottesca apocalisse finale.

RECENSIONE:


Quel che viene stigmatizzato è certamente il veganesimo radicale, integralista e aggressivo di oggi, ma stupisce osservare come all’affermarsi di questo atteggiamento corrisponda nella costruzione narrativa un generale degrado della società democratica, travolta da spinte eugenetiche, da tentazioni autoritarie, da un violento atteggiamento razzista, fino al limite dell’autodistruzione.


Quel che lascia perplessi nella lettura del libro è che all’origine di questo degrado della società vi sia proprio l’atteggiamento antispecista che in questo senso risulterebbe un po’ sopravvalutato a meno che esso non sia preso solo ad esempio e modello di un atteggiamento più generale, che potremmo chiamare del perfezionismo, cioè l’idea che la società debba assolutamente essere razionalmente guidata verso il meglio (tipico atteggiamento dell’utilitarismo come dottrina etica), spinta dall’aspirazione a una perfezione che non solo risulta disumana ma persino foriera di tragedie perché ignora la naturale imperfezione dell’uomo, il suo essere guidato da istinti, desideri, piaceri.

Non posso negare che le pagine che più mi sono piaciute sono quelle del capitolo “L’ultimo uomo” che mettono in scena l’ultimo atto di questa tragedia dell’umanità perfetta. E non è un caso che in altro punto l’Autore citi quel romanzo di Guido Morselli, Dissipatio H.G. che è modello insuperato di ogni finale catastrofico in cui un ultimo uomo mostra senza retorica la grandezza del destino umano. Nel bene e nel male.

Solo un appunto finale: non mi è piaciuta affatto la copertina del libro: perché mettere in bella evidenza una svastica nazista? Non vi è alcuna ragione narrativa e viene il sospetto che sia solo un modo per farsi notare anche a costo di usare metafore piuttosto irritanti. Francamente se trovassi in libreria un volume con una copertina simile non lo aprirei nemmeno. E sarebbe un peccato perché mi perderei un’opera sicuramente interessante.

STEFANO ZAMPIERI

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