Recensione: Screaming Dora di Laura Scaramozzino

Salve amici distopici! Oggi vi parlo di un libro a dir poco insolito, il mio istinto non sbagliava quando mi ha attirata come una calamita verso il post di presentazione – presente sul nostro gruppo Facebook – con quella copertina decisamente singolare.

Trama:

Dora ha quindici anni e vive in una società futura che non conosce il dolore e l’invecchiamento. L’Apathoxina ha cancellato qualsiasi forma di sofferenza. Grazie al puntophone, un innesto biotecnologico inserito nel polso, gli uomini possono evitare qualunque situazione avversa e controllare le attività dei robot. Il sesso è regolato da programmi di Libero Accoglimento e la morte arriva dopo i cento anni attraverso il Programma di Accompagnamento Meditativo. Un giorno Dora ha un incubo terribile. Il padre la porta in un centro benessere in cui le viene iniettata una dose rafforzativa di Apathoxina. Ma dopo essere tornata nella villa liberty in cui vive inizia ad avere delle visioni e a pensare in modo ossessivo alla madre morta. Sempre più in ansia e incomprensibilmente libera dall’effetto del farmaco, Dora ricorda di aver sognato un misterioso quadro del passato. Un presentimento la porta a collegare la morte della madre all’opera. Decisa a far luce sul mistero chiede aiuto all’unica persona di cui si fida: il compagno di classe Gabriele. Grazie a delle memoproiezioni e a una vecchia favola piena di indizi, Dora e il suo migliore amico partono alla ricerca di verità nascoste…

Recensione:

Edito da Watson Edizioni, “Screaming Dora” è un romanzo autoconclusivo che presenta una commistione tra distopia, mistery e sci-fi; la scrittrice ci fa entrare in punta di piedi in un mondo futuristico e all’avanguardia, dove la tecnologia ha fatto passi da gigante e sono diventati d’ordinaria amministrazione congegni quali il puntophone e simulatori di vario genere, ma il picco più alto si è raggiunto con l’avvento di un farmaco, l’Apathoxina, che ha rivoluzionato a tal punto la vita dell’uomo tanto da fargli ignorare concetti quali dolore e invecchiamento.

Dora, la nostra giovane protagonista, a seguito di un terribile incubo, che l’ha scossa nel profondo, si pone degli interrogativi circa la recente scomparsa della madre che confluiscono tutti verso un inquietante ed ermetico quadro novecentesco. A peggiorare ulteriormente le cose c’è l’improvvisa e inspiegabile immunità dagli effetti dell’Apathoxina, la ragazza scoprirà in prima persona sensazioni quali il freddo e la sofferenza…

Quello che forse non avrebbero mai ammesso, ma che agli occhi di Dora appariva ormai una certezza, era che tutti, alla fine, si stancassero. Di essere felici, forse, o semplicemente di vivere.

La forza di questo romanzo sta tutta nella scrittura della Scaramozzino che oserei definire sensoriale; il senso principalmente stimolato è di sicuro la vista perché, anche se le descrizioni non si dilungano eccessivamente, si riesce comunque a percepire quel turbinio di colori e il cambio repentino d’ambientazione; l’arte acquisisce una valenza di un certo spessore all’interno del libro, infatti, rappresenta quel punto di contatto tra passato e presente in grado di fornirci delle risposte, ma anche di spingere verso ulteriori quesiti e riflessioni; viene data la giusta profondità ai personaggi che risultano piuttosto realistici e l’intreccio narrativo è ben sviluppato a dispetto di un finale “evanescente” e dubbioso non esattamente in linea col mio gusto personale.

Il plot si dipana in una climax ascendente di mistero creando un’atmosfera avvolgente, escamotage in grado di mantenere costante l’attenzione di chi sta leggendo conferendo così un ritmo incalzante alla lettura, l’unica pecca – se così si può definire – che ho riscontrato è la brevità perché infonde una sensazione di incompletezza e repentinità, in alcuni punti è povero di quegli elementi che potevano impreziosirne la narrazione e approfondire ulteriormente questo scenario distopico così originale.

La Scaramozzino mette una “pulce” nell’orecchio del lettore che si trova suo malgrado a riflettere su argomenti importanti quali l’eticità che si cela dietro all’uso spropositato dell’Apathoxina per arrestare l’incedere del Tempo che avanza – uno spauracchio che spaventa non poco – e sottolinea la fragilità insita nella condizione umana, porta a ragionare in maniera concreta sulla sofferenza perché, nonostante abbia una connotazione negativa, si tratta di una percezione imprescindibile per ognuno di noi, una sorta di filtro che ci consente di discernere i momenti felici da quelli tristi e capace anche di dare un “significato” alla nostra esistenza e in questo specifico tema ho riscontrato delle reminiscenze di filosofia nichilista.

Screaming Dora” si conferma un valevole romanzo d’intrattenimento dalle mille potenzialità, fruibile tanto ad un target giovane quanto ad uno più adulto, che ci proietta in caduta libera verso un futuro, forse, non troppo distante dall’immaginario collettivo.

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