Recensione Catarsico di David Tognoli e Lorenzo Gafforini

Un componimento distopico a cateratta è un testo destrutturante, ma fondato sulla logica languida di due menti a servizio della letteratura. Si congiungono motricità e immobilismo, lo sguardo ne risente: miopia e astigmatismo ritrovano il senso della vista. Se c’è un salto tra un verso e l’altro, scavalcando l’immagine, è solo per soffermarvisi da una nuova panoramica, stabilendo orizzonti che sono perpendicolari ai cuori. Avete mai letto un monologo poetico lungo più di cento pagine?

RECENSIONE

Community di LDFO, oggi vi parlo di un distopico in chiave poetica: Catarsico di David Tognoli e Lorenzo Gafforini, edito da Porto Seguro corredato dalle illustrazioni di Giulio Leopoldo Bellocchio. Già la premessa di dar vita a un monologo in versi e imperniarlo verso il genere distopico la trovo un’idea sia brillante ma sicuramente un azzardo, dove il rischio di esagerare è alto.

“Noi non guardiamo mai una cosa soltanto; ciò che guardiamo è, sempre, il rapporto che esiste tra noi e le cose.” (John Berger)

Il sottotitolo è quello che ha attirato la mia attenzione, basandomi soltanto sulla sinossi non riuscivo a capire come avessero trasposto questa “percezione ottica” nel testo. Non so dirvi se sono stata in grado di coglierne pienamente le sfumature, ma per me la cateratta diventa metafora della cecità dell’uomo – nel caso del componimento e nello specifico del nostro protagonista senza nome – di fronte allo scenario apocalittico che gli si dispiega innanzi. Una realtà che non si è presentata così dall’oggi al domani, ma che si è fatta strada nel tempo. Ora che il velo è stato tolto, si è trasformato il suo modo di vedere, amplificatosi, rendendolo più ricettivo verso ciò che lo circonda e portandolo a rimettere in discussione ciò che crede di sapere.

Avevo qualche perplessità circa la forma di scrittura a quattro mani visto che nasconde diverse insidie; prima fra tutte che si potesse percepire il cambio di registro tra un autore e l’altro e che nella sua totalità uscisse fuori un qualcosa di “ibrido”. Fortunatamente non è questo il caso, rende bene e il prodotto finale è abbastanza coerente con le premesse decantate nella sinossi.
Tognoli e Gafforini diventano cantori di versi dal taglio drammatico, all’interno dei quali viene rappresentata una città in rovina, sconfitta e senza nome, un ambiente post apocalittico avvolto da una coltre di grigiore e miseria nel quale si aggira il nostro protagonista anonimo altresì voce narrante.
Un esperimento retrò e al contempo futuristico; la scelta del monologo poetico conferisce quel tocco di anacronistico – tuttavia non si avverte nessuna forzatura di genere – mentre di avanguardista ed efficace vi è sicuramente l’idea di combinarlo al genere distopico. Sono pagine vibranti, ricche di suggestioni disorientanti dell’immaginario suburbano che sanno tanto di soliloquio interiore.

“[…] la realtà,
una sorgente
di lettere
logore
in principi
opachi
si inchina
al sogno
che infinito
si stende […]”.

Scendendo nel dettaglio, posso dirvi che si tratta di poesia narrativa non in rima, dallo stampo lirico ma che non disdegna una virata progressista. Quello che salta di più all’occhio è l’accostamento di una scrittura decisamente musicale – influenzata da quell’andare a capo cadenzato – e, allo stesso tempo, barocca. Un’artificiosità che quasi sfiora il cervellotico ma della quale non sei sazio.
Ho sciorinato quelle strofe come i grani di un rosario, una dopo l’altra, senza poterne fare a meno spinta da una inestricabile malinconia. Il titolo del libro è azzeccato, si arriva all’ultima pagina di questo viaggio al termine della notte duramente messi alla prova dall’inevitabile disincanto che sublima quel rilascio emotivo di conflitti inespressi.

Elisa R

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