Recensione: Homo Deus. Breve storia del futuro di Yuval Noah Harari

Nella seconda metà del XX secolo l’umanità è riuscita in un’impresa che per migliaia di anni è parsa impossibile: tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre. Oggi è più probabile che l’uomo medio muoia per un’abbuffata da McDonald’s piuttosto che per la siccità, il virus Ebola o un attacco di al-Qaida. Nel XXI secolo, in un mondo ormai libero dalle epidemie, economicamente prospero e in pace, coltiviamo con strumenti sempre più potenti l’ambizione antica di elevarci al rango di divinità, di trasformare “Homo sapiens” in “Homo Deus”. E allora cosa accadrà quando robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica saranno messe al servizio della ricerca dell’immortalità e della felicità eterna? Harari racconta sogni e incubi che daranno forma al XXI secolo in una sintesi audace e lucidissima di storia, filosofia, scienza e tecnologia, e ci mette in guardia: il genere umano rischia di rendere sé stesso superfluo. Saremo in grado di proteggere questo fragile pianeta e l’umanità stessa dai nostri nuovi poteri divini.

RECENSIONE

Yual Noah Harary è uno storico israeliano già noto per un bestseller internazionale come “Sapiens“,” Da animali a Dei” (2014), ora in questo “Homo Deus” (2018) edito da Bompiani nella traduzione di Marco Piani, ci ripropone le stesse tematiche universali in un modo più articolato e approfondito. Il testo in effetti è massiccio, e per quanto la scrittura sia gradevolissima, presenta certo una qualche difficoltà. È un testo da leggere e meditare, molto ben documentato e capace di spaziare tra storia, filosofia, antropologia, storia economica, scienza e tecnologia.

Il punto di partenza dell’autore è l’osservazione che l’umanità ha dovuto sempre combattere in tutta la sua storia, o almeno nei 70.000 anni dell’uomo sapiens, con tre nemici insuperabili: la carestia, l’epidemia e la guerra.
Quanto alla prima ancor oggi non è stata debellata, e al contempo si è scatenato per reazione il pericolo dell’eccesso, si muore oggi anche di supernutrizione e delle malattie connesse. Quanto alle epidemie di questi tempi ne abbiamo avuto la prova concreta, ma lunga è la storia, dalla morte nera del trecento alle epidemie di vaiolo del cinquecento, alla sars, all’hiv al covid. Quanto alla guerra inutile aggiungere nulla: l’uomo non è mai riuscito a liberarsene.
Volgendo lo sguardo al futuro Harari indica i tre obiettivi della società capitalistica futura: l’immortalità, la felicità, la divinità.


La prospettiva relativa al primo obiettivo ci porta a porre la domanda: la malattia è un problema tecnico risolvibile tecnicamente? Certamente l’aspettativa di vita è aumentata drasticamente nell’ultimo secolo, potrà aumentare ancora? Fino a quanto possiamo aspirare a vivere?
L’obiettivo della felicità invece ha la forma precisa del piacere, un piacere ricercato ossessivamente anche con l’uso di sostanze e droghe, in grado di garantire chimicamente un risultato di felicità che non riusciamo a raggiungere naturalmente.
Infine l’obiettivo della divinità: evadere dal corpo reale organico, sostituire la vita organica con esseri inorganici, eugenetica, realizzazione di androidi in grado di sostituire l’umano, è fantascienza, ma al contempo è il confine attuale della scienza.

L’autore con una prospettiva universalistica contrappone la società delle origini come un mondo animista con quella del passato prossimo, un mondo teista. Le argomentazioni sono interessanti. Per mondo animista egli infatti intende un mondo che parla direttamente con le cose, come è avvenuto nella società totemica fino alla rivoluzione agricola quando l’uomo ha messo a tacere gli animali e le cose e ha introdotto gli Dèi mediatori. Oggi la rivoluzione scientifica tende a mettere a tacere anche gli Dèi, sostituendo ad essi qualcosa di più umano. La nozione di anima eterna, è stata sostituita da quella di coscienza e di mente (contrapposta al cervello), c’è da chiedersi se anche queste faranno la fine di Dio e dell’anima immortale.
Se c’è qualcosa che contraddistingue i sapiens dalle altre specie animali è la sua capacità di cooperare. E quindi di superare la netta contrapposizione tra Soggettivo e Oggettivo, introducendo una dimensione Intersoggettiva che appare oggi il vero fondamento della società: intersoggettivi sono dimensioni come quelle del denaro, della nazione, dei valori, delle leggi.
“I Sapiens dominano il mondo perché soltanto loro sono in grado di tessere una rete intersoggettiva di significato.” (188)
Ciò però ci pone su una china che contiene anche dei pericoli: in futuro forse sarà impossibile distinguere la realtà dalla finzione. Il reale dall’immaginario.

D’altra parte l’uomo, allontanandosi dalle religioni che gli garantivano il significato dell’esistenza, ha cercato in sé stesso quel significato ed ha così dato vita a una sorta di Religione Umanista. Il fondamento di essa è la formula in base alla quale il Bene e il Male dipendono da sentimenti interiori non dalla legge di Dio.
In questo modo la fonte del senso è stata trasferita dal Cielo ai sentimenti umani. L’elenco è chiaro: politica umanista: l’elettore sa cosa è meglio; economia umanista: il cliente ha sempre ragione; estetica umanista: il bello è negli occhi di chi guarda; etica umanista: se ti fa star bene, fallo! Pedagogia umanista: pensa con la tua testa.
Se nel medioevo la conoscenza era l’incrocio tra la Scritture e la logica, dopo la rivoluzione scientifica della modernità la conoscenza è divenuta l’insieme di dati empirici e matematica, ora, nella stagione dell’umanesimo la conoscenza è l’insieme di esperienze e sensibilità: esperienza come fenomeno soggettivo che somma sensazioni, emozioni e pensieri. Secondo il modello umanista la vita stessa altro non è che una successione di esperienze.

Tuttavia secondo l’autore è necessario distinguere tre varianti dell’Umanesimo contemporaneo: quella liberale, quella socialista e quella evoluzionista (personificata nel nazismo, nell’eugenetica, nel razzismo, nel culto della razza superiore).
I tre umanesimi sono sempre stati in lotta fra loro. Oggi appare vincente e quindi dominante, l’umanesimo liberale. Di qui l’apologia indiscussa dell’individualismo, dei diritti umani, della democrazia, del libero mercato.
Ma il potere dell’umanesimo liberale è minato dallo sviluppo della scienza che mette in questione il libero arbitrio, l’idea di individualità. La tecnica, infatti, rende superfluo l’uomo consapevole. L’algoritmo tecnico lo cancella. Gli algoritmi estromettono gli uomini dal mondo del lavoro! Il potere sarà concentrato nelle mani di una piccola élite o dell’algoritmo stesso vera entità intersoggettiva, il vero potere del futuro (Google, Cortana, Facebook cioè controllo dei dati e intelligenza artificiale).
Qui è la vera ultima frontiera: il Datismo, l’internet-di-tutte-le-cose post umanista.
Vale la pena, allora riportare le ultime righe del saggio che contengono le domande alle quali prima o poi dovremo rispondere:
“1. Gli organismi sono davvero soltanto algoritmi e la vita è davvero soltanto elaborazione dati?
2. Che cos’è più importante: l’intelligenza o la consapevolezza?
3. Che cosa accadrà alla società, alla politica e alla vita quotidiana quando algoritmi non coscienti ma dotati di grande intelligenza ci conosceranno più a fondo di quanto noi conosciamo noi stessi? “

STEFANO ZAMPIERI

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