Recensione Qualcosa, là fuori di Bruno Arpaia

Pianure screpolate, argini di fango secco, fiumi aridi, polvere giallastra, case e capannoni abbandonati: in un’Europa prossima ventura, devastata dai mutamenti climatici, decine di migliaia di “migranti ambientali” sono in marcia per raggiungere la Scandinavia, diventata, insieme alle altre nazioni attorno al circolo polare artico, il territorio dal clima più mite e favorevole agli insediamenti umani. Livio Delmastro, anziano professore di neuroscienze, è uno di loro. Ha insegnato a Stanford, ha avuto una magnifica compagna, è diventato padre, ma alla fine è stato costretto a tornare in un’Italia quasi desertificata, sferzata da profondi sconvolgimenti sociali e politici, dalla corruzione, dagli scontri etnici, dalla violenza per le strade. Lì, persi la moglie e il figlio, per sedici anni si è ritrovato solo in un mondo che si sta sfaldando, senza più voglia di vivere, ma anche senza il coraggio di farla finita. Poi, come migliaia di altri, ha pagato guide ed esploratori e ora, tra sete, fame e predoni, cammina in colonna attraverso terre sterili, valli riarse e città in rovina, in un continente stravolto e irriconoscibile.

RECENSIONE

Bruno Arpaia – “Qualcosa, là fuori” | 24Emilia

Rieccomi, con una recensione che credevo di avervi già fatto… Ormai sto rimbambendo, mi scordo le cose. Abbiate pazienza.

Ho letto “Qualcosa, là fuori” un paio di anni fa e sono andato a sfogliarlo prima di parlarvene per essere sicuro delle impressioni che mi aveva trasmesso. Siamo alla fine del 2100, le catastrofi climatiche predette dagli scienziati si sono avverate, la temperatura globale è aumentata di circa sei gradi e il livello dei mari è salito fino a sommergere buona parte delle terre emerse. Le città sono in rovina, i conflitti si susseguono e le persone tentano di sopravvivere scappando verso nord. Verso i paesi scandinavi che, grazie alle temperature più miti e alla conformazione del territorio, sono gli unici in Europa a essere rimasti vivibili.

La narrazione si svolge su due piani temporali. In uno viviamo il presente apocalittico che l’umanità ha creato, e nell’altro i ricordi del protagonista negli anni in cui la vita aveva un senso. Livio è un uomo che sta tentando di mettersi in salvo, che si imbarca assieme ad altri sconosciuti in una migrazione verso una speranza di salvezza. Ogni passo gli costa fatica, gli mostra le vestigia del mondo che hanno distrutto e gli riporta alla mente gli anni in cu era felice.

Nessuno di accorge mai dei punti di svolta della propria esistenza, nessuno li avvista in tempo e ci si prepara, ammesso che sia possibile prepararsi, ammesso che la vita non sia sempre una battaglia persa

Burno Arpaia scrive con eleganza, con precisione quasi accademica, ogni dettaglio e ogni sfumatura del disastro. Da al suo testo una credibilità a tratti angosciante, sia per la mancanza di una reale finzione, sia per il modo autorale con cui la presenta. Più che un libro sembra un documentario arrivato dal futuro, un qualcosa montato ad arte per riassumere in un tempo limitato ciò che ogni essere umano ha dovuto vivere sulla sua pelle.

L’agitazione attorno al mutamento climatico recupera l’esercizio – disprezzato, rifiutato – di pensare al futuro: anche se, in questo caso, il futuro è pura minaccia. Rimette sul tavolo la variabile fondamentale del tempo: l’idea di finitezza

Qualcosa, là fuori” è un ottimo testo, ma non è una lettura che consiglio a tutti. La narrazione spesso è lenta, pesante, forse troppo cerebrale in alcuni passaggi “didascalici”. Lo svolgersi della storia su due piani temporali crea un effetto altalenate che non aiuta a calarsi completamente nell’atmosfera del momento, soprattutto quando si deve passare dal viaggio di Livio ai suoi ricordi. E’ un testo che va letto e ragionato, non è puro intrattenimento.

A presto.

Delos

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