Recensione Egofobia di Michela Mosca

Salve gente distopica, oggi vi parlo di Egofobia di Michela Mosca, uscito per Nua Edizioni ad aprile di quest’anno.

Trama

Thomas Horton Parker è un giovane del suo tempo: disilluso, cinico, dipendente dalla tecnologia e solitario. Quello che, da alcuni anni, viene definito con un termine preciso: hikikomori. La sua vita prende una piega bizzarra quando, a seguito della procedura per il trattamento forzato della sindrome H, Thomas viene prelevato e internato presso l’Institute of Rare Mental Patology, un ospedale psichiatrico rinomato.
Qui, il giovane Thomas dovrà fare a patti con i suoi tormenti, e affrontare le sue paure più profonde. Presso la stessa struttura, nell’ala delle patologie rare, viene ospitata Meredith, una ragazza affetta da un disturbo psichico rarissimo: la sindrome di Cotard, o delirio da negazione. Le vite dei due giovani si intrecceranno in maniera inaspettata, producendo caos e discordia in un mondo che è già crollato a pezzi.

Recensione

Egofobia Michela Mosca

È lo strillo con cui viene accompagnato il libro che mi ha fuorviato:

“Cosa accade quando essere hikikomori diventa illegale?”

Il fatto è che nel mondo del 2046 immaginato da Michela Mosca non è che sia proprio illegale essere hikikomori.

“Dal 2039 essere hikikomori è considerato un reato. Lo stato può intervenire, con il nullaosta della famiglia, in ogni caso accertato di isolamento autoinflitto. […]

Il piano di Intervento Forzato viene messo in atto quando un hikikomori rifiuta tutti i richiami precedenti. Le è arrivata una notifica sui suoi principali dispositivi elettronici e su tutti gli indirizzi telematici che possiede in cui le si chiedeva di presentarsi all’incontro per discutere della sua… dipendenza.”

Ma non assomiglia molto al nostro TSO?

Qui gli hikikomori vengono considerati al pari di soggetti psicologicamente pericolosi e vengono prelevati forzatamente e internati in ospedali specializzati dove si cerca, attraverso la terapia psicologica e psichiatrica, di reinserirli nella società.

Certo, a Thomas va bene, perché il centro per la cura delle malattie mentali dove la famiglia sceglie di ricoverarlo è il migliore del paese. L’IRMP è stato fondato nel 2022 dal padre del dottor Aristotle Lear, che prende in cura Thomas, ed era in quell’epoca l’unico centro specializzato in malattie mentali rare.

L’autrice ci fa solo intendere che, chi non ha la possibilità economica per essere ricoverato all’IRMP o in altri centri simili, è destinato a rimanere recluso in cliniche dove non esistono le stesse metodologie per il recupero degli hikikomori.

Che, in fondo, è, tristemente, quello che succede anche nella nostra attualità…

Ma com’è questo mondo del 2046?

La crisi climatica ha spopolato e rese invivibili molte zone della terra, le piogge acide hanno mietuto vittime in ogni parte del globo e continuano a minacciare la vita dell’intera popolazione mondiale. Gli sconvolgimenti ambientali non hanno fatto altro che inasprire le differenze sociali schiacciando inesorabilmente i più deboli.

Ma in Egofobia questo scenario resta sullo sfondo anche se ritorna a tratti al solo fine di caratterizzare alcuni passaggi, importanti, delle vite dei protagonisti.

Ed è proprio la resa dei personaggi quella che ho apprezzato di più in questo libro: escono dei ritratti vividi, senti i loro pensieri e intuisci i loro sguardi, li conosci e li riconosci in quello che fanno e dicono.

Il vero centro del libro non è tanto nello strillo quanto nel titolo perché la vicenda si sviluppa molto di più intorno all’egofobia che alle problematiche degli hikikomori. E in effetti la storia si accende quando Thomas e Meredith si incontrano. È in quel momento che l’autrice inizia a disseminare la storia di segni che poco alla volta si uniscono nella trama del libro.

Ho letto più velocemente e amato molto di più la seconda parte del libro dove la storia prende forma e l’azione guadagna un po’ di spazio oltre ai dialoghi.

Ecco, i dialoghi…

Avevate intuito che c’era un ma, vero? I dialoghi mi hanno spesso lasciata interdetta: a volte poco plausibili, danno l’idea di non essere spontanei. E poi le tante spiegazioni lasciate dentro monologhi che danno l’idea di essere forzati: in molti casi avrei preferito non sapere certi particolari o intuirli attraverso altre soluzioni narrative.

Le soluzioni… Un altro punto dolente: le problematiche, i misteri e le tare del passato dei protagonisti fino a un minuto prima sembrano irrisolvibili e subito dopo trovano una magica risoluzione. Probabilmente dipende dalla mia mente contorta che esige sempre elucubrazioni e peripezie senza soluzione di continuità e non ama le risposte semplici…

Del resto penso di aver intuito che Michela Mosca volesse, più di tutto, porre l’accento su alcuni aspetti in particolare di certe malattie mentali che, ad oggi, vengono trattate con poca professionalità e spesso relegate a diagnosi tanto superficiali quanto pericolose. E questo mi è arrivato forte e chiaro.

La storia ha una buona forma e fila, nonostante le mie rimostranze (molto personali), e il finale ha rivelato l’impronta dell’autrice che mi è piaciuta moltissimo. Ho avuto come l’impressione che si sia nascosta più o meno velatamente durante tutto il libro per poi manifestarsi in tutta la sua potenza solo alla fine.

Pensavo di concludere questa recensione cercando di definire il genere e proprio in questa meditazione ho tratto un altro considerevole pregio di questa opera: Egofobia travalica i generi, li confonde e li mischia. L’autrice sembra fregarsene delle etichette che è esattamente quello che cerco io da lettrice.

Allora facciamo così: questo libro è un distopico, post-apocalittico, thriller, romance, horror, psicologico, di formazione…scegliete voi dopo averlo letto!

Debora Donadel

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