Recensione: Essere una macchina di Mark O’Connell

Questo libro è un viaggio straordinario, proprio nel senso in cui lo erano quelli di Jules Verne. Tutto quanto O’Connell racconta sembra frutto di una fantasia vagamente allucinata. Solo che non lo è. I cilindri d’acciaio nel capannone criogenico vicino all’aeroporto di Phoenix contengono davvero i primi corpi umani in attesa di risvegliarsi in un futuro simile all’eternità. Ray Kurzweil, uno dei cervelli di Google, inghiotte davvero 150 pillole al giorno, convinto di vivere a tempo indeterminato. Elon Musk o Steve Wozniak sono serissimi quando dichiarano che di qui a poco la nostra mente potrà essere caricata su un computer, e da lì assumere una quantità di altre forme, non necessariamente organiche. Sì, il viaggio di O’Connell fra i transumanisti – fra coloro che sostengono che, nella Singolarità in cui stiamo entrando, i nostri concetti di vita, di morte, di essere umano andranno ripensati dalle fondamenta – porta molto più lontano di quanto a volte vorremmo. Regala sequenze indimenticabili, come la visita alla setta di biohacker che tentano di trasformarsi in cyborg. E apre uno dei primi, veri squarci sulla destinazione di una parte degli immani proventi accumulati nella Silicon Valley. “Che possibilità reali abbiamo di vivere mille anni?” chiede a un certo punto O’Connell a un guru del movimento, Aubrey de Grey. «Qualcosa più del cinquanta per cento» si sente rispondere. «Molto dipenderà dal livello dei finanziamenti».

RECENSIONE

Nel mondo giornalistico anglosassone è ormai un modello apprezzato e diffuso: il saggio che affronta il tema del futuro, delle sue incognite ma soprattutto delle straordinarie novità che l’Apparato tecnico scientifico sembra promettere a piene mani. È una diretta conseguenza dell’ideologia della Silicon Valley che mette insieme l’ottimismo tecnologico e perfino una certa timida cautela di fronte al rischio esistenziale. Dichiarato forse per esorcizzarlo.


In questo testo fortunato Essere una macchina (2017), Mark O’Connell mette in scena la convinzione della tecnica di poter produrre l’uomo nuovo nei prossimi cento anni. È quel che viene chiamato movimento del Transumanesimo che, in generale, indica il trascendere la condizione umana per merito della tecnologia.
Ovviamente il primo presupposto di questa convinzione è che l’esistenza sia un sistema perfettibile indipendentemente da ogni forma di evoluzionismo naturale.


Ma partiamo dalla definizione che l’autore ci offre di Transumanesimo: “il transumanesimo è un movimento di liberazione che rivendica nientemeno che una totale emancipazione dalla biologia”.
Va notato che secondo l’autore il Transumanesimo è una tendenza già presente nella cultura stessa del capitalismo.
Il libro prosegue dunque con una ampia e coinvolgente illustrazione di forme attuali di ibridazione uomo-macchina.


Le società di crioconservazione del cadavere e del cephalon in attesa di essere resuscitati. Anche se attualmente esiste la tecnologia di conservazione ma non quella della rinascita. In questo senso, ironicamente, l’autore fa notare che questi centri raccolgono in effetti i cadaveri degli ottimisti. In generale comunque si tratta di una pratica difficilmente estendibile all’intera umanità, dunque per definizione rivolta a pochi privilegiati, ottimisti e molto ricchi.


Vi è poi l’uploading della mente. Abbandonare il corpo animale come non più necessario. E accanto a questo il procedimento di potenziamento delle facoltà cognitive. In entrambi i casi il presupposto è quello che viene oggi chiamato computazionalismo, cioè l’idea che il cervello sia niente altro che una macchina che elabora informazioni (come un computer).
Atteggiamento quasi religioso che riprende antiche idee (trasmigrazione delle anime, immortalità dell’anima, reincarnazione, platonismo…) tutte centrate sulla logica di una rigida e netta distinzione tra corpo e anima. Si tratta, dunque, in qualche modo di una ripresa dello gnosticismo: il corpo dell’uomo creato da un demiurgo per imprigionare lo spirito divino.
È chiaro che questa tendenza contiene in sé il grave rischio esistenziale di un annientamento dell’umanità. E comunque rappresenta una forma di razionalismo magico.


Vi è poi il problema dell’IA: il rischio, cioè, di non riuscire a comunicare gli ordini giusti, il rischio di non riuscire a spegnere la macchina quando necessario. Tutti problemi che si porranno inevitabilmente quando l’IA supererà l’intelligenza umana.
Per i transumanisti i robot sono il futuro. Nei prossimi 20 anni i robot soppianteranno gli umani: impiegati delle poste, gioiellieri, chef, contabili, segretari di studi legali, analisti di credito, erogatori di prestiti, cassieri, commercialisti e autisti saranno esclusivamente robot. Bizzarro elenco, chissà perché l’autore ignora operai, contadini, manovali, facchini.
Questa convinzione nasce e si sviluppa a partire dal meccanicismo di Cartesio, La Mettrie, per arri cavare fino a Tesla. Oggi, però, la maggior parte degli automi è il frutto di un nuovo complesso militar industriale (si pensi ad esempi ai droni).


L’obiettivo del Transumanesimo è quello di risolvere una volta per tutte il problema della morte. Di qui la medicina rigenerativa, per la quale il corpo in fondo è una macchina infinitamente riparabile. Si pensi agli investimenti milionari provenienti dalla Silicon Valley, per esempio il progetto Google Calico, la compagnia che si occupa di allungare la vita media dell’uomo, innanzi tutto sviluppando nuovi medicinali che colpiscano le malattie associate con l’invecchiamento.
Conclusione piuttosto amara dell’autore: “il futuro non esiste, o esiste solo come simulacro allucinatorio del presente, una favola consolatoria, o una terrificante storia dell’orrore, che ci raccontiamo per giustificare o condannare il mondo in cui viviamo”.


Non c’è dubbio, aggiungo, che il Transumanesimo, lungi dall’essere una semplice descrizione di ciò che ancora non c’è, è piuttosto un atteggiamento religioso, una nuova fede: trascendere la condizione umana per merito della tecnologia, ma come tutte le fedi finisce per essere cieca rispetto a se stessa. Non si rende conto, cioè, che l’emancipazione della biologia è possibile solo a prezzo di un fondamentale asservimento alla tecnologia. E questa è la realtà del presente. Non sappiamo sei il futuro apparterrà alle macchine ma è chiaro che il rischio è quello di avere a che fare con una umanità sempre più simile a un esercito di robot.

STEFANO ZAMPIERI

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