Recensione La pista dell’orrore di Roger Zelazny

Edito da Urania, o forse sarebbe più corretto dire ri-edito e ritradotto integralmente, il testo di Zelazny ci mostra la nascita di un immaginario collettivo che tutti conosciamo. Una storia senza eroi e senza tregua.

TRAMA

LA PISTA DELL’ORRORE (1969) Era il 1968 quando Fruttero e Lucentini presentavano la versione breve di questo libro – finalista all’Hugo – ai lettori di «Urania». Le loro parole calzano perfettamente per raccontare anche questa versione estesa di Damnation Alley: «Una allucinante traversata fantascientifica che rivela un nuovo eccezionale narratore. In un’America geologicamente sconvolta, butterata da immensi crateri e da invalicabili spaccature, corrosa dalle radiazioni, percorsa da cicloni e tempeste magnetiche e invasa da una fauna mostruosa, una colonna di veicoli corazzati si avvia sulla lunga terribile pista dal Pacifico all’Atlantico».

RECENSIONE

Letto oggi, con gli occhi colmi dagli scenari post apocalittici di Mad Max, Hokuto No Ken o Metro 2033, questo testo appare stanco, privo della scintilla che un lettore si aspetterebbe. E a ben donde visti i suoi 55 anni! La pista dell’orrore è stata scritta anni prima ed è, a tutti gli effetti, un caposaldo della letteratura post apocalittica.

L’America è un’immensa landa desolata. Solo lo stato della California e un piccolo pezzo del Massachusetts hanno resistito alla catastrofe. Il resto del paese è sferzato da venti talmente forti da far piovere sassi. Crateri radiottivi hanno ridisegnato il territorio e mostri mutanti aggrediscono qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Gli esseri umani non ricordano di che colore è il cielo e sopravvivere è un impresa per chiunque.

La storia inizia con una richiesta disperata. Gli abitanti di Boston stanno morendo a causa di una pestilenza e un coraggioso messaggero attraversa il paese per chiedere aiuto al governo californiano. Dannazione Tanner (Hell Tanner in originale) viene messo davanti a una scelta: marcire in prigione o tentare la traversata. Lui è l’unico che può farcela, il suo passato da contrabbandiere lo ha spinto oltre le poche strade ancora percorribili.

Non vado oltre per non rovinarvi la lettura. La pista dell’orrore non ha grandi colpi di scena, i personaggi tendono a restare fini a se stessi e la figura dell’anti eroe emerge attraverso il suo codice d’onore e le sue scelte nei momenti cruciali. Come dicevo in apertura è un romanzo stanco, ma è anche un qualcosa che consiglio di leggere con la stessa attenzione che si darebbe a un classico.

Pregevole sorpresa in calce al volume di questa edizione, non viene menzionato in copertina, è un racconto di Francesca Cavallero che mi ha riportato a Morjegrad.

A presto.

Delos

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