Recensione: Umani del tardocapitalismo di Samuel Reolfi

Umani del tardocapitalismo di Samuel Reolfi è una tragedia senza dèi né eroi, edita da Algra Editore.

TRAMA

L’antichissima dea Namgyalma viene ingaggiata dal Buddha per investigare sulle cause e gli effetti di un tremendo sconvolgimento che sta contaminando il mondo degli umani. Così, sceglie nel giovane e timido Abdul un referente per farsi accompagnare in un viaggio attraverso il disagio e i limiti della vita contemporanea.

In una sola notte, i due viandanti battono le strade di una piccola cittadina alla ricerca di indizi rivelatori. Namgyalma, dea della conoscenza e dell’infinita compassione, riesce a leggere nei pensieri delle persone con cui entra in contatto e, tramite questi pensieri, prova a identificare il male esiziale che condanna il presente della specie. La ricerca svelerà alla dea e ad Abdul le oscure profondità della perversione culturale e sociale imperante, e porrà in luce il trionfo generale dell’omologazione, dell’ignoranza, dell’intolleranza, del consumismo e dell’interesse, quali mezzi di autoconservazione fraintesi per fini e cardini di un’esistenza ormai priva di prospettive.

Può l’umanità del tardocapitalismo essere redenta? Esiste una possibilità di salvezza per il mondo?

RECENSIONE

Buddha, colpito dall’arrogante tracotanza dell’umanità, ingaggia la dea della comprensione Namgyalma. Le affida il compito di scoprire la cause della depravazione sociale e spirituale che imperversa tra i mortali. La dea si affida alla guida di un giovane mortale, Abdul, un ragazzino bullizzato e fortemente represso.

I due, nell’arco di una sola notte, girano attraverso un piccolo paesino del centro Italia, per poi addentrarsi tra i territori degli emarginati. Un viaggio magico, impermutato di storie umane e di momenti di profonda tristezza, attraverso l’immutabile caos della razza umana.

In un miscuglio di filosofia, spiritualità e qualche parentesi fantastica, l’autore cerca di analizzare e mostrare il collasso societario attraverso le piccole cose. I gesti e gli equilibri che tengono in piedi la nostra coesistenza o le brutture che fingiamo di non vedere. Seppur mascherato da romanzo, il testo assomiglia di più a un saggio, o a quel tipo di narrazione che cela dietro qualche orpello un messaggio ben preciso. Un po’ come quando si nasconde la verdura sotto al sugo per farla mangiare ai bambini.

“Come osi, tu, vecchio bastardo? Credi di potermi insultare con la tua omofobia? tu, che hai cresciuto tua figlia dicendole che è meglio avere un bel culo che una bella idea? tu sei solo un vecchio egoista. Credi che mi importi qualcosa del tuo bigottismo borghese? tu sei il più empio e perverso di tutti!”

Il testo è ambizioso, forse troppo, e spesso si cade in pontificazioni tanto giuste quanto scontate. Non essendo un vero saggio, e non avendo nemmeno il taglio narrativo richiesto da un romanzo, ho provato un po’ di disagio a sentire la voce del narratore che mi moralizza. Che mi dice cosa devo pensare o che punta il dito come se fosse la più alta delle autorità universali.

Attraverso il pellegrinare notturno di Namgyalma e Abdul, l’autore espone le sue riflessioni sulla nostra società. Divaga e prende strade empiriche alla ricerca della via migliore per la redenzione. Commenta il dolore, la violenza, l’emarginazione e ogni altra forma di sofferenza. Esprime apertamente il suo punto di vista, ma lo fa con una predominanza narrativa che annichilisce il lettore.

Un piccolo tomo di circa 500 pagine, in cui si è costretti a entrare nel flusso di coscienza che inonda le pagine. Non è una lettura semplice, ho impiegato oltre un centinaio di pagine solo per abituarmi alla voce narrante e al tipo di storia. Non me la sento di criticare il testo, alla fine i concetti espressi sono giusti, ma lo trovo “ingenuo” e di difficile lettura.

Ma forse la colpa è mia, non sono il lettore adatto a questo tipo di testo.

A presto.

Delos

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