Recensione Eden di Stanislaw Lem

Bello, bello bello! Scusate l’enfasi ma questo romanzo mi ha catturato fin dall’inizio. E pensare che è stato scritto nel 1958, quindi ben prima dell’epoca dell’immaginario dei viaggi spaziali, ma il polacco Lem non era solo uno scrittore fantasioso, era anche studioso molto preparato dal punto di vista scientifico, e di profonda cultura filosofica.


TRAMA DI EDEN
La trama è molto semplice: una spedizione di sei uomini, il Coordinatore, il Dottore, l’Ingegnere, il Fisico, il Ciberneta, il Chimico, precipitano con il loro razzo in un pianeta sconosciuto, Eden. Qui trovano le tracce di una strana civiltà, molto diversa da quella umana. Cominciano allora i tentativi di contatto mentre si lavora alacremente a rimettere in funzione il razzo e ripartire.
Gli abitanti del pianeta sono esseri particolari, innanzi tutto perché sono doppi, ogni individuo è in realtà duplice, un Bicorpo, due esseri inseriti uno nell’altro. Esplorando il pianeta incontrano vegetali/animali mai visti, fabbriche di oggetti misteriosi, fossati pieni di cadaveri, cupole, statue giganti, immagini di morte, un ambiente spettrale, si scoprirà poi, quando finalmente si riuscirà a comunicare con uno di quegli esseri che la civiltà dei Bicorpi ha compiuto complessi esperimenti genetici, spesso falliti, che ci sono conflitti interni, insomma non si tratta affatto di un paradiso, come il nome Eden sembrerebbe suggerire.


RECENSIONE DI EDEN


Molto interessante nella narrazione è la questione del punto di vista: gli scienziati che compongono la spedizione si chiedono spesso ragione di ciò che via via vedono e incontrano, cioè si chiedono se nell’interpretare una civiltà totalmente sconosciuta non stanno facendo altro che applicare e sovrapporre categorie umane (troppo umane), e quindi fuorvianti.

La decisione di indicare i personaggi solo distinguendoli per competenza – non compaiono mai infatti i loro nomi – è significativa: qui è in questione la capacità della scienza in tutte le sue forme di porsi le questioni fondamentali, e di affrontare l’ignoto, lo sconosciuto, il totalmente altro. Una tematica davvero originale per gli anni ’50 che ci mostra, secondo me assai bene, l’attualità dell’opera di Lem. La critica ha sottolineato anche in relazione a questo romanzo il fondamentale pessimismo dell’autore il quale sembra volerci dire che è impossibile comprendere davvero l’altro. Ma io sono invece propenso a pensare che l’autore voglia mostrarci un fatto molto più semplice: che nell’universo ci sono tante nature diverse, che la diversità è il cuore stesso del reale, e che il sogno di riportare tutto a una uniformità artificiale e immediatamente comprensibile per noi, è ingenuo e irreale. Non dimentichiamo mai che Lem scrive dalla prospettiva di chi sta nella parte orientale dell’Europa in un’epoca in cui la guerra fredda contrappone gli esseri umani come se si trattasse di specie diverse in pianeti diversi. Eppure gli scienziati di Lem, che nella scienza ha fiducia, riescono a trovare un modo di comunicare, e quindi conoscere anche se non sempre questo significa comprendere.
Alla fine del romanzo gli astronauti riprendono il loro viaggio e osservano il pianeta Eden da lontano: “Per un certo tempo nessuno parlò. Eden si allontanava.
«È splendido!» disse il Coordinatore, «Ma… sai? Secondo il calcolo delle probabilità ce ne sono altri ancora più belli.»”


STEFANO ZAMPIERI

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