Recensione: “Angam” di Delos Veronesi e Ivan Passamani.

Quando Orione ruba il lavoro ad Atena…

Iniziamo col dire che io e i fumetti abbiamo un rapporto piuttosto particolare: ci sono quelli che mi piacciono e quelli che non mi piacciono e non mi getto mai in discorsi approfonditi sulle trame o il disegno e i colori usati.
Mi riesce decisamente meglio con i videogiochi.
Sono cresciuta a suon di robottoni e ragazze magiche che prendono a calci i cattivi, il mio sogno da bambina era essere una Guerriera Sailor che combatteva usando una sorta di Mazinga Z.
Poi sono cresciuta e sono passata a opere come Akira, Devilman e i Cavalieri dello Zodiaco, quest’ultimo utilizzato per dire che il mio segno era il più figo di tutti perché Virgo è troppo potente e Saggittario muto.

Il sunto di questa introduzione è: Angam, opera pubblicata da Tora edizioni e partorito dalle menti di Delos Veronesi e Ivan Passamani, mi ha riportato un po’ indietro nel tempo, a quando dimenticavo di scendere alla fermata dell’autobus perché ero incappata in una tavola fantastica.
La trama viene descritta nelle prime pagine del fumetto, che si legge proprio come un manga da destra verso sinistra, mentre quelle che sembrano stelle cadenti in realtà si rivelano i personaggi di quest’opera: Zeus ha creato l’universo attingendo all’energia UD e così anche gli umani, dando loro il libero arbitrio e affidandoli ai suoi araldi, tali Cavalieri di Orione.
Per quanto il nome possa trarre in inganno, con me lo ha fatto, il nostro protagonista non sarà un ragazzino che riveste l’armatura di Pegasus, bensì un alieno dai tratti umanoidi che picchia come un assassino e disprezza gli umani, chiamati da questi araldi “Angam”, come un livornese fa con un pisano.
Rigel è considerato debole anche dai suoi stessi fratelli, eppure riesce a battere suo fratello Saiph approfittando del fatto che lo abbia sottovalutato.
A lui è concessa la missione di mescolarsi fra gli umani per impedire loro di arrivare allo stesso livello dei Cavalieri di Orione.
Sebbene i Cavalieri debbano proteggere gli Angam, Rigel non sa nulla di loro e li giudica attraverso pregiudizi fortemente negativi, cosa che mi ha ricordato molto il videogioco di Darksiders che ho amato alla follia.

I disegni sono aspri, caratterizzati da una scelta di forme squadrata e spigolosa, raramente morbida. La figura di Rigel, in particolare, mi ricorda Devilman nella sua forma originale e i disegni riprendono comunque quello stile usato da Go Nagai.
La scelta della carta si presta molto bene a inchiostrature pesanti e in questa opera l’uso del nero é massiccio ma mai fastidioso.

Atterraggio con stile!


Ho apprezzato particolarmente l’utilizzo dei nomi: l’imperatore Nagai, probabile riferimento al padre del genere Mecha Go Nagai, Rigel, che è il nome sia una stella di Orione che del padre di Venusia di Goldrake, così come la descrizione della terra in maniera diversa da come la descrivono diversi videogiochi o libri distopici.
Gli umani non sono controllati tramite microchip o non c’é qualcuno che ti sorveglia ogni momento della tua vita.
Dopo la Grande Guerra ci fu la nascita di un grande continente, l’Eurasia. Il Giappone, vincitrice del conflitto (NDR: probabilmente ha messo in campo Gundam) ha imposto la sua cultura al resto del mondo e l’imperatore ha chiuso ogni contatto con l’esterno.
Viene descritta come una gabbia dorata dove gli umani vivono in pace e in costante ansia per i pericoli esterni. Non ambiscono a niente di più, probabilmente impigriti dal modo in cui sono governati.
Una cosa non dissimile da quella che vivono alcuni di noi in questi tempi: una gabbia dorata che si chiama benessere e routine quotidiana che ci impedisce di aspirare a qualcosa di più, al progresso, ma che ci mette costantemente pressione e ansia usando ciò che é diverso da noi, che non capiamo e viene “dall’esterno”, sebbene sia fatto di carne, sangue e sofferenza come noi.

Angam è un’opera alla quale mi sono avvicinata con scetticismo, ma che mi ha lasciato piacevolmente sorpresa. Mi ci sono soffermata molto, riflettendo anche sulle credenze di alcuni personaggi.
Devo ammettere che è stato un bel tuffo nel passato sia per i disegni che per lo svolgimento del primo volume: come se stessi guardando effettivamente un episodio di Mazinga o Devilman, con la stessa atmosfera cupa ma anche gli stacchi comici leggermente demenziali.
Una prova che, se scritta bene, anche una storia con vari richiami al passato funziona anche in un’epoca che ci ha abituato ad opere più impegnate come Attack on Titan o Death Parade.

Code Zanna

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