Recensione: “Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e antropocene” di M. Malvestio.

TRAMA:

Viviamo in tempi fantascientifici: questo è vero non solo perché intorno a noi accadono cose stupefacenti, ma anche perché il nostro tempo è cronologicamente quello in cui i classici della fantascienza ambientavano la loro immaginazione del futuro. Nel progressivo disgregarsi di prospettive utopiche e nella parallela speculazione distopica e post-apocalittica si apre così lo spazio per una riflessione sulle diverse fini del mondo ma anche sulla possibilità di coesistenza in un pianeta vivente dove animali e piante chiedono un nuovo riconoscimento. La letteratura e il cinema, sostiene infatti Marco Malvestio, sono “in grado non solo di parlare del mondo, ma anche di parlare al mondo e di informarlo col proprio discorso”; in questo modo ci permettono di comprendere e ripensare “cose che le altre discipline (quelle scientifiche come quelle filosofiche) non necessariamente riescono a rendere manifeste con altrettanta chiarezza”. “Raccontare la fine del mondo” è un’originale ricerca sulla fantascienza distopica in cui Margaret Atwood e James Ballard incontrano Donna Haraway e Timothy Morton, per immaginare un nuovo futuro possibile nell’era della globalizzazione e del cambiamento climatico.

RECENSIONE:

Il punto di partenza di Marco Malvestio, giovane ricercatore con all’attivo un romanzo e numerosi articoli su fantascienza, gotico e narrativa contemporanea, è l’idea oggi assai in voga di antropocene: termine che si utilizza per indicare l’epoca della storia del pianeta caratterizzata dalla presenza dell’uomo e soprattutto dalla sua capacità di trasformazione degli ambienti naturali. Sottotraccia indica criticamente la distruttività della presenza umana come causa determinante dell’attuale situazione di collasso dei sistemi ambientali, sociali, climatici.


In secondo luogo l’Autore fa notare come la fantascienza nella sua variante distopica e apocalittica sia la forma di racconto che meglio racconta le possibili catastrofi del futuro. Di qui lo sviluppo del saggio diviso in cinque capitoli o prospettive d’indagine.


Si comincia con le storie legate allo sviluppo della bomba atomica, tema che meglio di ogni altro sembra saper mettere in evidenza la doppia natura dell’ingegno umano, capace, da un lato, di dar vita a energie straordinarie ma dall’altro anche produttrice di forze distruttive mai prima immaginate. Quella atomica è infatti una fonte energetica straordinaria ma anche un rischio incalcolabile (si pensi solo a Hiroshima, o a Chernobil…). Malvestio si serve di racconti e di film per esemplificare da La spiaggia terminale di Ballard a Un canto per Leibowitz di Walter Miller passando per tutti i film in cui si presentano gli effetti teratologici delle radiazioni (Assalto alla terra, Tarantola, L’assalto dei granchi giganti, Godzilla, ecc.)..


Il secondo percorso prende in esame il tema che oggi ci appare più attuale e più sensibile, quello dei virus e insieme l’elemento del contagio. Malvestio fa notare l’origine razzista del tema, legato al periodo coloniale, quando si percepisce il nero, l’indigeno, l’estraneo come portatori di malattie. Nella letteratura fantascientifica il tema spalanca le fantasie neo maltusiane di un mondo progressivamente spopolato nel quale, al contempo, si cancella ogni barriera tra sani e malati, ove cioè ognuno può subire il contagio senza colpa e senza responsabilità, solo per una fatalità incontrollabile. In questo ambito troviamo tanto le narrazioni intorno al tema dell’ultimo uomo (da Mary Shelley al mio amatissimo Guido Morselli), quanto tutta la cinematografia legata al modello degli zombi, oppure all’apocalisse virale, da La peste scarlatta, di London a, per esempio, Contagion il grande film di Soderbergh.


Vi è poi il tema del cambiamento climatico. Anche questa è una questione particolarmente attuale perché mette in luce il progressivo collasso della civiltà occidentale attraverso fenomeni troppo grandi e troppo lenti per poter essere adeguatamente descritti in una narrazione. Ma che sempre appaiono spinti da una retorica dell’inesorabilità che fa ben percepire la finitezza e la relatività della condizione umana. Qui ci sono alcuni riferimenti canonici, per esempio The day after tomorrow, disaster movie di Roland Emmerich a una serie assai nutrita di romanzi piuttosto recenti (da Atmosfera mortale di Bruce Sterling, a Il pianeta di ghiaccio di Maggie Gee, da L’ultima profezia di Liz Jensen a New York 2140 di Kim Stanley Robinson).


L’autore mette poi sotto esame un particolare settore della distopia, quello che ci presenta le piante come inaspettati nemici del genere umano. È forse il capitolo più originale perché riesce a ritagliare una prospettiva di solito non molto considerata: la rivolta della natura contro l’uomo, rivolta che ha un profondo effetto perturbante e ci riporta al selvaggio, cioè a una natura non addomestica e non domata. Qui saranno sufficienti un paio di riferimenti classici, nel cinema L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, nella letteratura Il giorno dei trifidi di John Wyndham.


Infine Malvestio prende in esame libri e film che raccontano le grandi rivolte degli animali e fa emergere un concetto delicato e complesso, e cioè l’agentività del non umano, ovvero la possibilità che gli animali possano agire consapevolmente anche contro l’umano, una eventualità che noi uomini cerchiamo di tenere nascosta ma che la narrazione distopica fa emergere con chiarezza: anche il non umano, il vegetale o animale, può avere una sua determinazione, per lo più rivolta a difendersi dall’umano che ha fatto scempio dell’uno e dell’altro mondo. Emerge con chiarezza la posizione antispecista dell’autore che associa l’alimentazione carnea al capitalismo.


Nella conclusione di questo bellissimo percorso Malvestio fa notare correttamente, a mio avviso, una certa stanchezza nella fantasie distopiche contemporanee, affaticate da una sorta di routine e spesso priva di capacità di analisi politica e quindi di contestazione radicale. Anche la distopia corre cioè il rischio di ridursi a una stanca riproposizione di formule deprivate di ogni istanza critica. Un rischio che condivido pienamente, non a caso preferisco personalmente parlare di distopia critica per distinguere la semplice narrazione distopica da quella che prova a elaborare un’istanza valutativa.
In questo senso non si può che sottolineare l’affermazione finale di Malvestio, certamente problematica e da non ridurre a un semplice slogan: “immaginare la fine del mondo oggi, è più facile che immaginare la fine del capitalismo.”
Da pensare.

STEFANO ZAMPIERI

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