recensione splendido visto da qui

Recensione: Splendido visto da qui di Walter Fontana

Ecco un romanzo distopico italiano che lascia il segno. Per me è stata una lettura entusiasmante e struggente, giuro. Ve lo consiglio di cuore!


Cari amanti della fantascienza e della distopia, mi sono imbattuto in questo libro grazie al consiglio di un’amica che non vedo da anni. Di ciò che mi ha detto mi ha colpito la frase, che riporto a memoria: “dopo tanto tempo penso ancora a questo libro.” Dopo averlo letto capisco perfettamente cosa voleva dire: anch’io ci penso ancora settimane e mesi dopo averlo letto. Mi ritornano immagini, frammenti di atmosfere, l’ironia del protagonista, i nomi di marche e oggetti d’epoca. È un libro ricco di dettagli, frammenti indimenticabili uniti in una trama serrata e lineare, narrata con una prosa sobria ed elegante, diretta. Un libro originale, avvincente, molto ben congegnato. Da leggere a tutti i costi!

IL ROMANZO

Opera di un autore che non è estraneo al mondo della televisione e dello spettacolo, questo romanzo distopico italiano è stato una bellissima scoperta. È un libro che per la storia, l’ambientazione e soprattutto per le atmosfere tende a permanere nella mente di chi l’ha letto, e permanendo sedimenta attraverso nomi, oggetti, marche delle ultime decadi di storia italiana.

Spazio-tempo

La realtà del romanzo, o meglio la sua spazialità, è divisa in parti di città distinte in base all’epoca che in esse è stata ricreata: Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta, Zero. Al centro di queste zone si trova il sinistro Quartier Generale, sede operativa degli spazzini e della complessa burocrazia. Ogni zona-epoca – mi pare difficile immaginare miglior rappresentazione del concetto di cronotopo! – è separata dalle altre con rigore inflessibile, come paesi stranieri e non comunicanti. In ognuna tutto è rigorosamente ricostruito in base al decennio di cui porta il nome: mode, arredamento, abbigliamento, programmi radiofonici e televisivi, oggetti, modi di dire, prodotti di consumo, iniziative; ogni singolo elemento non sfugge alla tirannia cronologica del decennio. Naturalmente con il passare degli anni si hanno le evoluzioni, le scoperte, i fatti di cronaca solo di quel decennio che, quando termina, non può che ricominciare da capo secondo un inalterabile copione la cui inesorabilità è però vista come rassicurante in quanto prevedibile. Al termine dei dieci anni si ha un resettamento (chiamato Riassortimento nel romanzo) collettivo con la distruzione di ogni cosa, oggetti, mobili, arte, ecc. e una conseguente ripartenza da zero, dal primo anno del decennio in cui si vive, secondo una ripetizione continua e sempre uguale basata solo e unicamente sull’evoluzione di quel determinato decennio.


La sovversione

In questo contesto, che è il vero protagonista del romanzo, il lettore segue la vicenda di un addetto alla raccolta dei rifiuti – gli spazzini sono anche guardie e tutori dell’ordine costituito, “La gente è sottomessa agli oggetti, lo spazzino domina la materia” – che, come il protagonista del 1984 orwelliano, ha un momento di rivolta, incontra una ragazza misteriosa e s’imbarca in una disavventura a base di viaggi clandestini fra una zona e l’altra sulle tracce di un gruppo di ‘viaggiatori’ che passano illegalmente da un decennio all’altro.

RECENSIONE

La distopia in questo romanzo consiste, a mio modo di vedere, nell’imposizione di uno stato di cose che nei desideri di chi l’ha creato doveva essere rassicurante e protettivo. La critica ha molto parlato dell’elemento distopico latente in ogni utopia, della possibilità in ogni realtà ideale di elementi potenzialmente degenerativi e inquietanti. Basti pensare a uno dei capostipiti del genere: La macchina del tempo di H. G. Wells nel cui futuro, all’apparenza così ideale e rassicurante, si nascondono gli abitatori di un sottosuolo che è puramente distopico e destabilizzante.
Nel romanzo di Fontana il punto d’inizio dell’intero progetto voleva essere rassicurante e protettivo: “Tanti anni fa il mondo era in preda all’incertezza e alla mancanza di prospettive. Ma vennero uomini coraggiosi che immaginarono un mondo nuovo. Il futuro fa paura? Noi lo elimineremo. Quegli uomini erano i nostri padri e il mondo che immaginarono è questo.”

Finzione e riflessione

Il discorso socio-antropologico del romanzo, che molto si sofferma sulla natura e sulla funzione degli oggetti, offre una critica acutamente ironica della cultura consumistica e dei suoi risvolti sociali, linguistici e psicologici. Nella finzione del romanzo, gli oggetti hanno una funzione cruciale, prestabilita e predisposta dal potere: “Bisognava approntare uno sfondo realistico per la quotidianità della gente. Erano state create tante categorie: cronaca, protagonisti, film, prodotti, eccetera. Per ogni categoria erano stati selezionati un certo numero di oggetti cardine, circa cento all’anno. Quindi mille per decade. Mille notizie di cronaca, mille eventi, mille personalità, mille programmi tv, mille prodotti alimentari, mille innovazioni tecnologiche, mille oggetti fondamentali che scandivano e riempivano la vita della gente”.

Ribellione e repressione

Questa realtà degenera con i posti di blocco militarizzati fra una zona e l’altra, le limitazioni degli spostamenti, la loro proibizione porta alla ribellione, e questa, a sua volta e inevitabilmente, alla repressione. I movimenti della trama, orchestrati con estrema perizia, sono notevoli, come notevole è la ricostruzione storico-culturale dei decenni menzionati, fin nei dettagli più minuti e caratteristici.
L’avventura ha un finale a sorpresa, coinvolgente e sorprendente, che non svelo.
Consiglio di cuore a tutti questa lettura, un esempio raffinatissimo di distopia italiana.
“La gente ha cominciato ad abitare il suo decennio preferito come un enorme parco a tema. Poi ci si è abituata e poi sono venute le nuove generazioni, quelle nate e cresciute in un certo decennio, per le quali la vita è semplicemente fatta così”.

A presto!

Roberto Risso

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