RECENSIONE: “Cecità bianca” di Ilaria Pasqua.

Trama

“1… 2… 3…” Martin non fa altro che contare meccanicamente le teste intorno a sé, seduto alla sua scrivania, intrappolato tra pareti bianche. Conta e clicca, tutto il giorno, una testa tra tante altre teste dell’azienda per cui lavora e che non ricorda nemmeno quando e come ha iniziato quella interminabile routine. Una notte però qualcosa cambia. La routine si spezza, portando alla luce dettagli inquietanti su se stesso e sull’azienda. Cecità bianca è un racconto dove la scoperta di sé attraversa sentieri inesplorati e senza facili risposte.

Recensione

Cecità bianca fa da apripista ad una nuova collana della Delos Digital: Dystopica; che si pone l’obiettivo di raccogliere racconti che scandaglino a fondo questo genere letterario ancora poco affermato in Italia.


In quello che sembra un normalissimo ufficio – circondati dal bianco – lavorano 147 persone, il compito che svolgono è apparentemente banale: cliccano. In mezzo all’atteggiamento un po’ blasé del collega che gli sta accanto, Martin inizia ad essere irrequieto, al limite del borderline, rovista nella sua memoria e comincia a porsi degli interrogativi decisamente scomodi.
Il bianco che, di solito, assume una connotazione rassicurante perché il bianco altro non è che luce, qui si veste di un nuovo significato e diventa a dir poco opprimente; si tratta di una sensazione intensificata dalla piena consapevolezza del trovarci in un ambiente che di benefico ha ben poco, nonostante sia palese l’avanzata del progresso tecnologico.
Ilaria Pasqua si serve di questa realtà distopica per raccontarci anche della sfiancante cultura del lavoro, di quella ripetitività delle mansioni, quasi robotica, che a lungo andare annienta l’uomo e il pensiero autonomo. Quel “click click” ricorrente è l’unico suono a riecheggiare tra quelle bianchissime mura, non c’è interazione con gli altri 146 colleghi lì presenti, a parte delle frasi di circostanza reiterate a mo’ di copione.
C’è l’urgenza di sapere la verità. Cosa si nasconde dietro quelle candide mura? È un racconto che si risolve in poche pagine, ma per riuscire ad apprezzarlo al meglio bisogna mettersi nell’ottica di questa nivea e criptica atmosfera. Anche se sono appena accennate si individuano subito fragilità e grettezza degli esseri umani.
Il titolo è decisamente risolutivo: la cecità vera è quella dell’anima, quando non riusciamo a vedere l’inumanità posta dinanzi ai nostri occhi.

Elisa R

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