recensione di ferro e d'acciaio

Recensione: “Di ferro e d’acciaio” di L. Pariani.

TRAMA:

L’operatrice h478 ha l’incarico di sorvegliare il soggetto-23.017, una donna vestita di nero che si aggira per la Città in cerca del figlio, scomparso in circostanze a lei ignote.
L’operatrice sa che il ragazzo è in carcere per attività sovversive, e segue su un monitor questa madre incredula aggirarsi instancabile nonostante divieti, barriere e continui dinieghi.
Piano piano, la forza di quell’amore materno smuove qualcosa nell’animo dell’operatrice, così come le parole del ragazzo hanno scosso l’animo indifferente di altre donne, che in coro raccontano questa storia ambientata in un passato prossimo venturo, dove i nomi sono stati eliminati e le parole chirurgicamente rimosse per cancellare memoria, speranza e passione.

RECENSIONE:

Di ferro e d’acciaio” di Laura Pariani – uscito per la collana “Crocevia” della NNEditore – è un romanzo che, se preso a scatola chiusa, dal titolo non fa intuire nulla del suo contenuto perciò svelo subito le mie carte.
Vi anticipo che si tratta di una riscrittura in chiave fantascientifica filo-distopica della Passione di Gesù Cristo.

Intrigante, vero?


Non è un romanzo che colpisce per la mole, è il suo contenuto a stuzzicare la curiosità.
Infatti in poco più di 180 pagine, si serve di un’architettura narrativa polifonica di voci femminili attraverso la quale consegnare agli occhi dei lettori non solo il quadro generale della vita di Jesus, ma anche una versione eclettica e aperta a molteplici interpretazioni del concetto di “passione”.
Sono i pensieri di queste donne – così indipendenti, ma così profondamente intrecciati – a ricomporre un mosaico inatteso; ognuna di loro si distingue dalle altre per una caratteristica, talvolta è messa in risalto un’eroicità, manifesta o meno che sia, oppure spiccano per l’essere un concentrato di cattiveria, noncuranza e opportunismo.

«Piantala con le stronzate!» ruggiva Karina. «Non è con vaghezze come “fratellanza” che si fa una rivoluzione! Di queste favole vecchie come il cucco ne ho abbastanza: qui rovesciamo il Governo. Che ci interessano i Mezzòmini? Parli di “mobilitare le coscienze”, che razza di ridicolaggini. Come se fossimo un secolo fa. Non te l’ha ancora detto nessuno che la gente è cambiata? Apri gli occhi, zifolòtt de menta: le masse sono condizionate, la pancia piena è quel che conta, i valori non esistono più, l’unico gesto rivoluzionario è quello che proclama: “Distruggo dunque sono”».

«Dobbiamo creare, non distruggere» replicava Jesus.

Con un rivoluzionario moto di fantasia Laura Pariani imbastisce un mondo cupo e oppressivo, tuttavia il worldbuilding è ridotto all’osso; non sappiamo con esattezza in che luogo è ambientata la storia né l’anno esatto dei fatti narrati.
Ciò che c’è dato sapere è che la società in cui vivono i vari attori è proibitiva sotto diversi punti di vista: qualsiasi tipo di emozione viene tenuto a bada attraverso dei farmaci ed è inculcata fin dalla più tenera età l’abitudine a distogliere lo sguardo e ad accettare solo ciò che è conforme ai dettami del governo, la gente è sorvegliata da “nano-droni” che spiano ogni loro movimento e sussurro, gli anziani – una volta raggiunta una certa età – vengono condotti alla Torre del Tramonto che, come si può intuire dal nome, per loro rappresenta il capolinea.


In un certo senso si può dire che “Di ferro e d’acciaio” sotto le mentite spoglie di un’opera fantascientifica nasconda un inno all’anticonformismo, nella società distopica delineata dalla scrittrice, il dissenso da parte di quei pochi che alzano la testa è brutalmente soffocato, perfino l’uso delle parole è circoscritto al fine di limitare il più possibile un pensiero “rivoluzionario” che possa destabilizzare un equilibrio già abbastanza precario di suo.


La scrittura malinconicamente “respingente” della Pariani ha messo a dura prova più volte la mia pazienza, se non fosse stato per l’originalità dell’intreccio avrei ceduto le armi molto prima, fortuna che non mi sono arresa perché attraverso gli occhi dell’operatrice h478, come un faro che si staglia nell’oscurità, vengono portate alla luce le prime incrinature di un sistema che sta per implodere e anche noi lettori ci scontriamo con la penuria di valori che attanaglia il nostro tempo: un’empatia sempre più latente, lo svilimento della famiglia in quanto tale e si sfiora l’atavismo quando viene posto l’accento sull’importanza di riportare alla memoria ricordi strettamente collegati a oggetti del passato; tutti temi che vengono affrontati con grande delicatezza e maestria.

Elisa R

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