Recensione “Vincent e Alice e Alice” di Shane Jones

Pidgin Edizioni fa fede a quanto afferma nei suoi intenti e ha portato in Italia un libro a dir poco straniante: “Vincent e Alice e Alice” di Shane Jones e su traduzione di Stefano Pirone.

TRAMA

Dopo il divorzio con Alice, nella vita di Vincent non resta altro che il suo lavoro statale e il lontano traguardo del pensionamento. Dopo le ore lavorative passate isolato nel suo cubicolo appartato, le uniche interazioni umane che ha sono con un uomo anziano che vive in un’automobile davanti casa sua e un cane malconcio. Non avendo nulla da perdere, accetta di partecipare a un nuovo programma sperimentale, creato per incrementare la sua produttività facendogli vivere la sua vita ideale tramite l’esercizio di una rigida routine. Ciò che si materializza per Vincent è l’unico desiderio che covava nel profondo, ma i dubbi e i conflitti costanti tra ciò che è finzione e ciò che è reale minano la sua pace, mettendo a rischio l’intero esperimento.
Raccontato con ironia e tenerezza, “Vincent e Alice e Alice” è un romanzo su amore, solitudine e lavoro e su come quest’ultimo sottragga tempo ed energie alla vita; ambientato in un mondo leggermente diverso dal nostro, è popolato da personaggi eccentrici, con elementi di fantascienza distopica, critica sociale nonché del realismo magico che ha caratterizzato le altre opere di Shane Jones pubblicate in Italia.

RECENSIONE

A seguito della dolorosa separazione dalla moglie, Alice, che un giorno ha fatto i bagagli ed è andata incontro a una vita più ricca di stimoli, Vincent è ancora ossessionato dal ricordo di lei e questo sta mettendo a dura prova il suo rendimento impiegatizio. La svolta arriva dopo il colloquio con Dorian Blood che come un diavolo tentatore attrae Vincent con una proposta davvero allettante: dovrà fidarsi ciecamente del programma PRQ (pattuglia per la ripetizione quotidiana) costituito da tutta una serie di dettami che il protagonista dovrà seguire alla lettera, il cui scopo ultimo è aumentare la produttività sul lavoro ma garantendo la felicità dell’impiegato. L’uomo, come un moderno Faust, si abbandona a quest’opportunità accettando di partecipare all’esperimento pur di superare il senso d’insofferenza nei confronti della vita che negli ultimi mesi lo attanaglia.
Quando – dopo aver completato le fasi preparatorie del processo – tornato a casa, Vincent trova ad aspettarlo “Alice” e insieme torneranno alla routine di tutti i giorni seguendo l’iter del PRQ, tuttavia le cose si complicheranno quando la vera Alice tornerà in città e sarà da lì che le paturnie mentali del povero impiegato si moltiplicheranno. È preferibile quest’Alice fittizia ma comunque tangibile all’Alice che l’ha fatto soffrire e l’ha abbandonato?
Il protagonista comincerà ad arrovellarsi su ogni singola circostanza e a vagare nel limbo tra sanità mentale e pazzia.

Il mio futuro sta venendo a prendermi? Il mio futuro è mio?

Shane Jones con questo romanzo mette insieme un carosello di assurdità proiettandoci in un mondo bidimensionale, infatti, più che un distopico puro leggiamo di un presente alternativo.
L’aggettivo bidimensionale è voluto, l’autore ci mette dinanzi a due realtà speculari: la prima in cui presenta la vita insoddisfacente di Vincent dov’è ammorbato dalla routine, la seconda dal momento in cui (perdonate il gioco di parole) si ritroverà a vivere una vita cucita su misura per lui. Vincent e il suo andirivieni tra la realtà e il programma simboleggiano un capovolgimento strutturale di quella che lui crede essere un’esistenza inamovibile.
L’introspezione psicologica fatta su Vincent è ottimale, emerge appieno tutta la sua profonda umanità e imperfezione. Un vecchio aforisma recita così: meglio una brutta verità di una bella bugia. Il nostro protagonista si troverà nella spinosa situazione di dover scegliere da che parte stare: crogiolarsi in un’esistenza mendace e costruita ad hoc o accontentarsi della vita che davvero gli spetta?
Il libro è narrato in prima persona, seguendo un ordine cronologico, e viene proposto un linguaggio semplice ma comunque efficace per giocare – in maniera caustica – con le convinzioni più comuni.
Contesto quotidiano e scorci dell’ambiente impiegatizio vengono portati all’esasperazione parodiando luoghi comuni, più o meno noti, anche attraverso battute sagaci.

Temi portanti sono certamente l’alienazione sul posto di lavoro e quanto lo stress, scaturito dalla situazione lavorativa, si ripercuota inevitabilmente sulle persone a noi care, la complessità del matrimonio, la piena coscienza dei propri limiti e dei fallimenti che, talvolta, ostacolano il raggiungimento degli obiettivi.
I punti di contatto con il celeberrimo e intramontabile classico di Lewis Carroll sono diversi; ne condivide l’essere trasportati in un mondo illogico e la spensieratezza (ma non puerilità) della sua omonima, tuttavia Alice che, nel romanzo di Carroll, simboleggiava la realtà qui ne diventa l’opposto, è una chimera, una bambola di carta che dimostra comunque una grande forza di volontà, aggrappandosi con tutta se stessa all’identità che le è stata assegnata.
Sperimentazione e bizzarro allegorico sono le solide basi questo libro. Già dalle prime pagine ci si ritrova confusi e quasi destabilizzati e questa confusione aumenta in maniera esponenziale andando avanti, eppure, giunti all’epilogo si rimane comunque soddisfatti di quanto letto.

Elisa R

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