Recensione : Un gioco da bambini di J.G. Ballard

Un gioco da bambini del 1988 è uno dei romanzi più inquietanti di James Ballard. E pur essendo piuttosto breve contiene in sè molte problematiche degne di nota e di riflessione.

TRAMA

Un delitto spaventoso, trentadue persone uccise e tutti i figli, tredici adolescenti, rapiti. Il fatto è accaduto in un Villaggio Residenziale ultramoderno, abitato solo da ricchi londinesi, consiglieri d’amministrazione, finanzieri, magnati con le loro splendide famiglie. È un luogo superprotetto, isolato, guardato a vista da sorveglianti e controllato da videocamere che filmano tutto quello che succede. A maggior ragione non si comprende come sia stato possibile un simile massacro se non a fronte di una organizzazione criminale molto potente e pericolosa, magari sostenuta da qualche potenza straniera. Ben presto tuttavia il protagonista, un consulente psichiatrico, comincia a sospettare che i responsabili siano proprio i ragazzi. E la conferma avviene quando la più piccola, ha solo otto anni, ritrovata in stato di choc, viene rapita dall’ospedale da altri due del gruppo.
Il protagonista allora, può far luce sull’intera faccenda. Il racconto a questo punto indulge su un analitico, dettagliato rendiconto del massacro che i ragazzi hanno compiuto ai danni dei loro genitori e di tutto il personale presente al Villaggio in quel momento.

RECENSIONE

Ciò che resta oscuro fino alla fine è il movente. Ma è proprio su questo che Ballard fa ricadere il senso di tutta la sua narrazione.
Sappiamo che lo scrittore inglese nella parte più matura della sua produzione ha intrapreso una sua battaglia personale contro la ricca borghesia inglese, per il suo egoismo, la sua indifferenza, la sua presunzione di rappresentare i mondo, la sua protervia rispetto alla sofferenza, alla povertà, all’ingiustizia.


Anche qui Ballard sembra farsi gioco delle isteriche paure che spingono la classe privilegiata a rinchiudersi in luoghi protetti e sorvegliati per difendersi dall’attacco della miseria, dai disperati che chiedono giustizia. Ma difendersi dal mondo esterno non basta, se poi si finisce per coltivare un nemico al proprio interno. Un seme di autodistruzione che prima o poi comincerà a germogliare con esiti spaventosi, come in questo caso.
Una frase di Ballard è rivelatrice: “In una società totalmente sana, l’unica libertà è la follia.” Così è per questi ragazzi imprigionati in un universo perfetto nel quale però risultano privati della possibilità di manifestare i propri sentimenti più profondi e di reagire a quelli altrui.


Nella parte finale Ballard sembra addirittura scoprire in questo conflitto psicologico l’origine soggettiva del terrorismo degli anni ottanta/novanta.
È il caso di precisare in che modo il romanzo può essere collocato nel novero della distopia pur essendo apparentemente centrato su un fatto di cronaca. L’apparenza realistica, infatti, viene cancellata dall’enormità del fatto e soprattutto non si può non vedere che Ballard anche qui sta costruendo in realtà un mondo presente per il futuro, sta cioè portando alle estreme conseguenze una contraddizione del nostro presente, immaginandone uno sviluppo per il futuro. E ha ragione. Il romanzo, scritto nell’88, sembra infatti cogliere bene la deriva di un mondo in cui le disuguaglianze e le ingiustizie sociali non vengono né affrontate né risolte, ma anzi spingono i privilegiati a proteggersi, a isolarsi, a distaccarsi, creando così una netta separazione di mondi quasi impenetrabili l’uno all’altro. E al contempo spinge i diseredati a cercare giustizia in modo sempre più disperato E la disperazione, si sa, produce follia.

STEFANO ZAMPIERI

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