Recensione: “L’ultima gru di carta” di Kerry Drewery.

Trama

Dice un proverbio giapponese: se avrai la pazienza di piegare mille gru di carta, il tuo desiderio si avvererà. È una splendida giornata d’estate. Ichiro, che sta per compiere diciotto anni, e il suo amico Hiro si godono una giornata libera dalla mobilitazione per lo sforzo bellico. Una luce abbagliante accompagna l’esplosione della bomba che cambierà le loro vite e il mondo. Feriti e confusi, i due ragazzi attraversano la città devastata alla ricerca della sorellina di Hiro, Keiko, che si trovava all’asilo. Quando dopo ore di disperata ricerca finalmente riescono a trovarla, alla gioia di abbracciarla illesa si sostituisce presto la consapevolezza di non essere in grado di portarla davvero in salvo. Hiro è ferito gravemente e Ichiro capisce che deve cercare aiuto, che da solo non potrà mai farcela. Chiede a Keiko di aspettarlo lì dov’è e in pegno della sua solenne promessa di tornare a prenderla le lascia un origami, una gru di carta. Ma le cose non andranno come sperava…

Non era mia intenzione stabilire chi avesse fatto cosa e perché e analizzare i forse e i ma; quello che mi interessava erano le persone, le loro storie, i sopravvissuti, le vite e gli amori perduti, i futuri mancati, i rimpianti, la tristezza, il senso di colpa che così tanti hanno provato. La paura.”

Recensione

Il primo capitolo di questa storia, da subito, mi ha colpita per lo stile. “L’ultima gru di carta” è raccontato con la delicatezza di un susseguirsi di haiku, le brevissime poesie giapponesi che in pochi vocaboli suscitano emozioni e vere e proprie epifanie di sentimenti, e attraverso le quali, dal presente, iniziamo a conoscere una dei due narratori: Mizuki. Le brevi frasi lasciano poi lo spazio alla cronaca del passato, riportata dal punto di vista di nonno Ichiro, che ci proietta nel 1945, a quel terribile 6 agosto in cui tutto è cambiato. Ichiro ci lascia entrare nella sua testa, in cui parla a se stesso, mentre sta compiendo indicibili sforzi per sopportare il dolore e per salvare se stesso, il suo migliore amico Hiro e la sua sorellina di 5 anni, Keiko. Il viaggio del nostro eroe è irto di pericoli, uno su tutti la paura: di non farcela, di morire, ma non per se stesso, quanto per il non riuscire a mantenere la promesse. C’è però un mostro ancora più grande, che l’osserva, lo avvolge, lo attraversa, silenzioso e letale: le radiazioni.

I due personaggi, nonno e nipote, come in una specie di matrioska, sono perfettamente infilati uno dentro l’altro, così come il passato e il presente, sogni e incubi, uomo e donna, legami indissolubili nascosti dalla ruggine e dalla polvere della vita, raccontati con la grazia rubata al popolo nipponico.

Proprio come ci avverte l’autrice, con questo libro non vuole denunciare, non desidera schierarsi, il suo obiettivo è raccontare ciò che è avvenuto nelle vite dei personaggi di cui narra, come se quel 6 agosto del 1945 avesse pescato dalla scatola del destino le persone di cui raccontare, senza scegliere, senza accusare, perché per Kerry Drewery l’importante non è provare rancore, ma conoscere, sapere, sentire.

Allora viaggiamo nel tempo; il racconto, sebbene balzi in avanti e indietro, scorre senza intoppi, anzi, veniamo sospinti dentro la vita di nonno Hichiro, che rivela un senso di colpa che dal giorno dell’esplosione della bomba non lo ha mai abbandonato. Entriamo nella sua testa di diciassettenne, che da un momento all’altro si ritrova nell’inferno di un “the day after” così reale da farci sentire addosso il calore insopportabile del fuoco che non è solo quello esterno, ma quello che a causa della bomba atomica si insinua e scorre sotto la pelle. La ricerca di Keiko ci accompagna per tutte le pagine del libro, pieno di promesse, di rimpianti, sensi di colpa, dolore, ma anche di speranza, di amore, di onore, di forza. Poi ci sono le gru di carta, protagoniste anche loro come Hichiro, Keiko, Hiro, Mizuki, “Il racconto di Genji” e Megumi.

Questo libro ci sbatte davanti agli occhi uno scenario che mi fa letteralmente venire i brividi, perché è così dolorosamente attuale, così possibile, da farmi sperare che non succeda mai più.

Durante tutta la lettura mi sono domandata: avrei lo stesso coraggio e la stessa forza di Ichiro, nella medesima situazione?

La paura non appartiene a una determinata decade, tipo di persona, Paese o cultura. E neppure il senso di colpa. O l’amore.”

Alla prossima,

Yali Ou Ametistha

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