recensione tutto finisce con me

Recensione Tutto finisce con me di Gabriele Esposito

Un giovane uomo, in carriera e maniaco del controllo, al risveglio trova il mondo così com’era la sera prima. Gli esseri umani, però, sono scomparsi. Trascorre la prima giornata di solitudine dapprima con angoscia, poi in una specie di esaltazione fino al mattino seguente, quando le persone tornano al loro posto. L’uomo alterna momenti di perfetta solitudine, nei quali comincia a sentirsi a suo agio, alle solite compagnie – moglie, madre, colleghi – che lo comprimono tra sogni di gloria feroci e competizioni muscolari col suo corpo e la realtà. Fino a che i due mondi tendono a sovrapporsi: nel mondo-con-gli altri arrivano la morte, il tradimento, il divorzio, nel mondo-senza-gli altri spuntano presenze rarefatte (il cane, il mendicante, la ragazza Instagram). All’uomo resta la scelta del luogo dove collocarsi, della forma di solitudine più coerente con un mondo tanto iperconnesso quanto spietatamente isolato.

Recensione Tutto finisce con me

Popolo fantastopico, oramai avete imparato a conoscere i miei gusti letterari, tutto quello che ha componenti surrealiste mi fa “drizzare le antenne” e le premesse di questo romanzo non sono da meno.
Un uomo si trova a un bivio complesso che metterebbe a dura prova chiunque: vivere in un mondo popolato o essere l’unico abitante dell’altro?

Con il romanzo d’esordio “Tutto finisce con me” – edito Wojtek – Gabriele Esposito cerca di dare una risposta a questo quesito. Il punto di forza è decisamente uno stile di scrittura ridotto all’osso, non troverete descrizioni dettagliate né voli pindarici. La penna di Esposito è priva di manierismi, ma tuttavia l’introspezione della personalità del protagonista è tangibile poiché narrato in prima persona.


La voce narrante, sotto tanti aspetti, mi ha portato alla memoria Patrick Bateman il protagonista di American Psycho di Bret Easton Ellis, i generi dei due romanzi sono praticamente agli antipodi eppure il punto di contatto che ho scorto riguarda in particolare l’esteriorità. È, infatti, l’atteggiamento a impressionare, volutamente portato all’estremo.
Nel mondo individualista delineato da Esposito e in quello di Ellis, sono le apparenze quelle che contano e, nel nostro caso, il protagonista si fa dei viaggi mentali assurdi fantasticando su scene erotiche da film di serie Z, in preda all’edonismo e al satiriasi più sfrenate, i rapporti interpersonali che intrattiene sono quasi inesistenti e si fondano prevalentemente su un proprio tornaconto.
La scalata sociale che quest’uomo in carriera tenta è ardua, si trincera dietro a un atteggiamento sprezzante – che lo scrittore imbastisce grazie a un linguaggio tagliente – ma si percepisce che questo suo “scudo” presenta delle incrinature.

Sei stressato, devi restare di più nel presente. Il futuro che vuoi non arriva mai: lo aspetti giorno dopo giorno e così facendo ti dimentichi di vivere.

Il worldbuilding è apparentemente semplice: una realtà speculare, identica in ogni sua parte tranne per l’assenza delle persone. Un gioco di specchi deformanti volti a ricreare un contesto soffocante che rendono “Tutto finisce con me” un libro sperimentale, ma un tantino statico per la mancanza di “dinamismo” nel dipanarsi della trama.
Giocoforza diventa parte integrante la città – ci avviciniamo quasi ai livelli dell’opera di Jean Malaquais “La città senza cielo” di cui vi ho parlato in precedenza – l’impianto urbanistico è indefinito, sfuggente, essa sembra “muoversi” con i suoi abitanti.
Il nostro protagonista dapprima è in preda alla confusione più totale, la sua mania del controllo è messa duramente alla prova, ma poi si lascia andare senza alcun ritegno.
“Cosa sta accadendo?” è la domanda input che motiva a proseguire la lettura e a scoprire come si evolverà la storia.

Un aforisma che penso calzi bene con questo romanzo è il seguente:

“E Twitter era solo una porta, l’ingresso ufficiale nella città infinita di Internet. […] Volevo avere delle interazioni mantenendo però la mia privacy, il mio spazio intimo. Volevo cliccare e cliccare, ancora e ancora, fino a farmi esplodere le sinapsi, fino a essere inondata dal superfluo. […] E poi volevo annunciare la mia esistenza, elencare i miei interessi e le mie opinioni critiche, per comunicare al mondo che ero ancora lì a pensare con le dita, anche se avevo quasi perso l’arte della parola. Volevo guardare e volevo essere guardata, ed entrambe le cose erano rese più facili dalla mediazione dello schermo.” (Olivia Laing, Città sola)

L’autore si sofferma su un tema insidioso: quel senso di solitudine che sfocia in una ricerca ossessiva di attenzioni. Bisogna essere audaci, affrontare di petto la preoccupazione di restare da soli, scrollarsi di dosso le incertezze causate da stupide convinzioni sociali per poter finalmente accantonare quel bisogno tossico di gratificazione che cerchiamo da chiunque e, spesse volte, soltanto nel mondo virtuale. L’aria di superiorità con cui si atteggia l’uomo del libro non è da vedersi come il mezzo per valicare i nostri limiti, anzi è da considerarsi un ostacolo perché nel marasma generale non spicchiamo per i meriti, ma solo per dire “Ehi, sono qui! Notatemi! Vi prego.
Tirando le somme, mi sento di consigliarlo a chi non si lascia ostacolare da virate un po’ sopra le righe, ma soprattutto a chi ha voglia di scoprire scritture e scrittori nuovi.

Elisa R

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