Recensione: Siccità, un film troppo arido

“Presente distopico”, “futuro drammatico”, “eco pessimismo”, “fiction o documentario?”, “Virzì profeta del nostro futuro”… Appena in Italia si tenta di fare qualcosa che non rientra perfettamente nella solita ruotine cinematografica, son tutti pronti a cercare di incasellare in qualche definizione precotta l’opera neonata. Purtroppo il tentativo cinematografico che risponde al titolo di “Siccità” non è riuscito e la sua categorizzazione sembra un puro esercizio di stile da parte dei commentatori.

TRAMA

A Roma non piove da tre anni. Il Tevere è evaporato e le riserve d’acqua sono al minimo. Ma la vita va avanti nell’apocalittica capitale.

COMMENTO

Premessa: per scrivere questo commento ho dovuto tenere a bada il lato oscuro dell’appassionato di Cinema. Quella parte dell’animo cinefilo che partorisce improperi di ogni tipo perché si inquieta di fronte a film non propriamente riusciti ma acclamati dalla critica e dal pubblico.

Siccità non è un film brutto, noioso, malfatto. Anzi, si segue facilmente pur vivendo di molti intrecci e, indubbiamente, la Roma apocalittica con un Tevere cancellato dalla siccità, rapisce l’occhio. E allora, dove sta il problema?

Le perplessità, chiamiamole così, nascono quando si capisce che il film di Virzì non è altro che un grande contenitore di varie e molteplici tematiche, dove il contenitore però, nonostante sia di pregio, risulta privo di contenuto. Eppure dovrebbe essere proprio il contrario perché Virzì ci mette tutto nel suo mega frullatore: crisi climatica, crisi di coppia, crisi genitori-figli, tematiche lgbt, la dissociazione dei social addicted, la mala borghesia e la periferia “sociale” romana, la mala televisione con accenni critici alle virostar pandemiche, e poi gli impoveriti, i reietti, “gli ultimi”. Sicuramente dimentico qualcosa, ma se vi viene in mente qualche argomento “divisivo” (oggi si dice così) uscito fuori negli ultimi anni, il nostro Paolo ce l’ha buttato dentro. Non a caso, ora che faccio mente locale, c’è pure la “questione immigrazione”.

Purtroppo quando si parla di tutto, in due, ore il rischio è quello di non lasciare niente. Ed è proprio questo il terribile difetto di “Siccità”. Le basi per un’architettura filmica di un certo spessore ci sarebbero pure ma l’approccio del regista toscano è troppo disinvolto con la ridda di aspetti negativi che in questo film si vorrebbero analizzare o esecrare. Anche quel po’ di buono che l’umana esistenza garantisce persino in situazione disperate, subisce lo stesso atteggiamento superficiale e il film si inceppa in stereotipi, frasi fatte, e luoghi comuni.

Anche l’apprezzabile tentativo di utilizzare la siccità come metafora di un’umanità ormai inaridita dalla vita, si tramuta in qualcosa di meramente didascalico a causa di una continua e grassettata sottolineatura: se spieghi la metafora, la relativa suggestione va a farsi benedire o forse, in questo caso, siamo al cospetto di una meta-metafora?  

E non vorrei essere nei panni degli ambientalisti italiani che vedono trattare la crisi climatica come un flagello divino inferto per punire i peccatori e le peccatrici. Chissà quale entità sovrannaturale la potrà fermare?

“Che lavoro schifoso”. “Potrebbe essere peggio”. “E come?” “Potrebbe piovere!” (Frankestein Junior)

Consiglio da romano: per avere una giusta collocazione immaginativa in merito alla contemporanea “romanità periferica”, vedere i film dei fratelli D’Innocenzo (La terra dell’abbastanza, Favolacce).

Crediti: paese di produzione: Italia. Durata: 124 minuti. Anno: 2022. Regia: Paolo Virzì. Soggetto: Paolo Virzì, Paolo Giordano. Sceneggiatura: Francesca Archibugi, Paolo Giordano, Francesco Piccolo, Paolo Virzì. Cast: Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Elena Lietti, Tommaso Ragno, Claudia Pandolfi, Vinicio Marchioni, Monica Bellucci, Max Tortora, Gianni di Gregorio.

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