IFD: Le Microplastiche negli Oceani

Un recente studio condotto da un team internazionale di ricercatori ha calcolato che, nei nostri oceani, galleggiano una media di 171 mila miliardi di microplastiche, per un peso complessivo di 2,3 milioni di tonnellate.

Carissimi fantadistopici, poteva forse sfuggirmi questo ultimo studio di 5 Gyres Institute pubblicato sulla rivista scientifica PLoS One lo scorso 8 marzo?

No, ovviamente, considerato lo scenario catastrofico presentato da Marcus Eriksen e Scott Coffin, il primo  fondatore di 5 Gyres Institute e il secondo ricercatore presso il California State Water Resources Control Board.

Insieme a un team di ricercatori provenienti da tutto il mondo hanno calcolato che nel 2019 galleggiavano sulla superficie degli oceani tra gli 82 e i 358 mila miliardi di particelle di plastica, per una media appunto di 171 mila miliardi!

Ora, dobbiamo considerare che, uno, si parla solo della superficie dell’acqua e due, che questo numero, già di per sé impressionante, tiene conto unicamente di frammenti di plastica lunghi fino a un terzo di millimetro; ma le microplastiche possono essere molto, molto più piccole…

Le nanoplastiche

Le nanoplastiche hanno delle dimensioni che rientrano nell’ordine dei milionesimi di metro e, se si tenesse conto di queste, il numero negli oceani sarebbe nell’ordine dei quintilioni!

Calcolare la quantità di naoplastiche presente nelle acque è possibile ma per ora difficile e costoso e quella presentata dallo studio di 5 Gyres è solo una stima ma purtroppo molto verosimile.

Queste infinitesimali particelle di plastica sono talmente piccole da penetrare nelle cellule e sono in grado di muoversi facilmente nel corpo umano, finendo nel sangue, nell’intestino, nei polmoni e nella placenta.

Lo studio

Ma come è stato condotto questo studio così importante?

Sono stati raccolti una serie di dati passati relativi a campioni di plastica provenienti dagli oceani di tutto il mondo e combinati con i dati raccolti durante le spedizioni oceaniche dei due curatori.

Sono stati utilizzati quasi 12 mila campioni di concentrazioni di particelle di plastica raccolti tra il 1979 e il 2019 ricostruendo così la variazione nel tempo della quantità di plastica presente in mare.

Le fluttuazioni del numero di particelle tra il 1990 e il 2005 sembrano imputabili all’efficacia degli accordi internazionali sulla produzione e sullo smaltimento della plastica come ad esempio le norme del 1988 che limitavano l’inquinamento da plastica delle navi.

microplastiche oceani

Previsioni

Purtroppo però dal 2015 al 2019 c’è stata una vera e propria impennata della presenza di microplastiche nei mari.

Complice l’aumento della produzione della plastica: secondo un altro recente studio della Mindaroo Foundation la quantità di plastica monouso ammontava a 139 milioni di tonnellate nel 2021, 6 milioni in più rispetto a due anni prima e la capacità di riciclo è di appena 25 milioni di tonnellate. 

Secondo il World Economic Forum l’umanità produce circa 450 miliardi di chili di plastica all’anno e le previsioni parlano di produzione triplicata entro il 2050 rispetto al 2016.

La previsione di Eriksen e Coffin è che il flusso di plastica negli ambienti acquatici aumenterà di 2,6 volte entro il 2040, a meno di interventi drastici.

microplastiche oceani

Debito globale di tossicità della plastica

Oltre all’aumento della produzione di plastica il problema si aggrava grazie alla decomposizione dei rifiuti più grandi in frammenti di dimensioni più piccole.

Gli scienziati hanno definito questo fenomeno come “debito globale di tossicità della plastica”: anche se riuscissimo ad arrestare del tutto l’inquinamento da plastica, i rifiuti che sono già in circolazione continuerebbero a creare micro e nano plastiche per moltissimi anni a venire…

L’invasione della plastica

Metto in ordine solo alcuni dei tanti aspetti per i quali possiamo considerare quella della plastica un’inarrestabile invasione. E non solo degli oceani.

  • Le micro e nano plastiche contaminano il fitoplancton e i piccoli animali che le consumano, lo zooplancton.
  • Il fitoplancton assorbe l’anidride carbonica e viene poi mangiato dallo zooplancton, i cui escrementi si depositano sul fondo del mare, intrappolando i gas serra dall’atmosfera. Il problema è che le deiezioni cariche di microplastiche affondano in modo diverso, dando forse agli animali che si cibano di escrementi più tempo per consumarli, intercettando così la CO2 prima che possa raggiungere il fondale.
  • Gli uccelli marini ingeriscono le microplastiche danneggiando, a lungo andare, i tessuti dello stomaco fino a morirne.
  • La concentrazione di microplastiche studiata da 5 Gyris Institute non tiene conto delle particelle di plastica già sedimentate nelle profondità marine (la Fossa delle Marianne, per esempio, ne è già ampiamente danneggiata).
  • Le bolle che risalgono dalle profondità raccolgono batteri e materia organica, che poi scagliano in aria quando scoppiano e ovviamente ora fanno lo stesso con le microplastiche, poi riportate sulla terraferma dalla brezza marina.

Speranze?

Lo studio di Eriksen e Coffin ha rilevato un dato importante: nel 2009, complice la crisi economica, calando la produzione globale è calata sensibilmente anche la concentrazione di microplastica negli oceani.

Gli scienziati hanno chiesto a gran voce che i negoziatori delle Nazioni unite raggiungano un’intesa su un trattato globale per introdurre dei limiti alla produzione di plastica (i colloqui sono iniziati a novembre e si prevede che continueranno per alcuni anni).

 “Sono convinto – ha detto Eriksen – che se avremo un trattato davvero forte che limiti la produzione, riduca la creazione di plastica monouso e che se i paesi diventeranno bravi a gestire i rifiuti e a raccoglierli nei loro fiumi e nelle loro strade, vedrete un calo vertiginoso nella quantità di spazzatura che si dirige verso l’oceano aperto”.

Mah…

Debora Donadel

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *