Recensione:” L’uomo è forte” di C. Alvaro.

TRAMA:

Romanzo distopico pubblicato nel 1938, fu oggetto di censura per la sua descrizione di un sistema totalitario più cupo e inquietante di quello descritto da Orwell in «1984». A seguito di una guerra civile tra “bande” e “partigiani” l’ingegner Dale assiste impotente all’instaurarsi di una dittatura brutale. Con la promessa di una società giusta e forte il regime controlla ogni aspetto della vita pubblica e privata, instillando paura e sensi di colpa. Anche l’amore è considerato pericoloso per lo slancio individualistico che allontana dal bene della società. È proprio l’amore per Barbara, figlia di una coppia di “nemici del popolo”, che poterà Dale a essere marchiato come sospetto, poi a diventare oggetto di persecuzione psicologica e fisica fino alla sua condanna a morte. Ma il destino ha in serbo qualcosa di diverso per quest’uomo che si ostina a resistere.

RECENSIONE :

La storia di questo romanzo è piuttosto singolare. Nel 1934 l’autore compì un viaggio in Russia come inviato della Stampa, ne ricavò una serie di articoli che furono poi pubblicati in volume l’anno successivo. Tuttavia da quel materiale rielaborato Alvaro ricavò questo romanzo edito per la prima volta nel 1938 con una breve nota introduttiva imposta dalla censura fascista che lo costringeva a precisare che il romanzo era ambientato nella Russia Sovietica. In effetti la prima cosa che appare e che stupisce è proprio il fatto che il narratore non colloca la vicenda in alcun modo, il paese che fa da sfondo resta indeterminato. Ciò evidentemente avrebbe potuto ingenerare qualche pericoloso equivoco dal momento che si trattava di descrivere la condizione di una società totalitaria.
Il protagonista, l’ingegnere Roberto Dale, rientra in patria dopo una lunga permanenza all’estero. Proprio questo però lo rende immediatamente sospetto al potere rappresentato dall’enigmatica figura dell’Inquisitore. Cerca di riallacciare i rapporti con Barbara la donna di cui è sempre stato innamorato. E la vicenda d’amore riempie molte pagine dimostrandosi estremamente complessa. I due infatti dapprima vivono la loro storia, ma poi la donna sembra dover scontare la propria felicità trasformandola nella colpa di aver dato precedenza all’individualità piuttosto che alla collettività.

“Essere di uno solo, riservargli qualcosa di profondo e di incomunicabile agli altri. Staccarsi dagli altri. Avere ripugnanza degli altri. Essere uno. Ecco la colpa. Bisognava essere tutti.”

Una colpa che Barbara può espiare solo denunciando Dale alle autorità. Costui, anche qui senza una spiegazione immediatamente coerente, si trova ad uccidere il Direttore dell’Ufficio Tecnico Industriale per il quale dovrebbe lavorare e quindi si trova a dar ragione all’Inquisitore che lo ritiene un nemico a prescindere da qualsiasi sua scelta o attività. Il potere totalitario appare profondamente incistato dentro i personaggi, pervasivo, assoluto, tutti hanno sempre la sensazione di essere spiati e controllati, la delazione, il sospetto, la denuncia sono dietro ogni faccia, ogni incontro, ogni situazione.
L’amara conclusione che fa da contrapposizione ideologica rispetto al collettivismo forzato si riassume in questo pensiero del protagonista:


Ognuno di noi pensa all’altro in un alone di solitudine. La vita non è altro che un rasentarsi di solitudini.”


Resta da dire della prosa di Alvaro, densa, magmatica, continuamente ruotante tra l’interno e l’esterno, certamente assai faticosa per il lettore ma anche estremamente potente.
Non c’è dubbio L’uomo è forte, è un libro di spessore, che si colloca perfettamente nel novero delle grandi narrazioni distopiche degli anni trenta, insieme con i lavori di Orwell, di Huxley, di Zamjatin.

STEFANO ZAMPIERI

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