recensione quel che resta

Recensione “Quel che resta”

Buongiornissimo cari amici amanti della distopia!!!

Oggi, vorrei presentarvi un buon racconto pubblicato di recente dalla “Delos Digital” nella collana “Dystopica”, si tratta del libro d’esordio di un autore, Leonardo Ligustri, curatore di cataloghi di mostre e quindi non proprio nuovo nel mondo artistico espressivo.

Questo racconto narrato in prima persona al tempo presente dal protagonista, è opera di finzione romanzesca, di fattura notevole, che sembra suggerire non solo una certa consuetudine con i testi letterari ma anche e soprattutto una non piccola conoscenza e padronanza degli strumenti espressivi e delle tecniche narrative. Talento, quindi, certamente, ma anche tecnica, di quella che si impara sia con la pratica che con la teoria, non necessariamente in quest’ordine. Partiamo con la trama!.

recensione quel che resta

TRAMA

Un personaggio solitario vaga nell’eterna periferia devastata di una città che potrebbe essere qualsiasi grande città dopo un disastro o un collasso. Non ci sono elementi di riferimento cronologici né geografici di alcun tipo, la città del dopo collasso è essa stessa ‘cronotopo’ e misura di tutte le cose nella distopia seria. Esempi lontani come La strada, naturalmente, ma anche nostrani come i romanzi di Longo, Avoledo, per non scomodare ovviamente la distopia della letteratura della grande periferia globale. Le strade sono luoghi pericolosi è una frase ricorrente nei pensieri e nei monologhi del personaggio, pensieri che si mischiano a ricordi e alle esperienze del qui e ora, nella miglior tradizione immersiva della scrittura, che sembra acquisire terreno e consensi con il passare dei mesi. E sempre nella miglior tradizione distopica compare anche il personaggio fragile, da salvare, da preservare, da tenere in vita a costo della propria esistenza, perché la proiezione simbolica della salvezza dell’umanità nella vita di una creatura innocente è sì un topos letterario, ma anche un buon mezzo per far scattare l’empatia e mantenere l’interesse. Il finale è sia tragico che ricco di speranza, tutt’altro che originale, naturalmente, ma già Umberto Eco insegnava a non cercare l’originalità nella letteratura di genere, piuttosto cercare ritmo, nitore, sincerità narrativa, tutte caratteristiche di questo bel racconto, che si legge in un soffio, che lascia un bel ricordo unito al desiderio di leggere ancora, se possibile, storie come questa.

RECENSIONE:

La trama è ben congegnata e lo stile fluido e scorrevole. Il lettore non scoprirà molto sull’identità del protagonista né sulla natura del disastro che ha fatto collassare la civiltà. Queste scelte autoriali infondono pathos alla vicenda, lasciando molto in sospeso e permettendo quindi al lettore di calarsi completamente nel personaggio e seguire tutte le azioni in prima persona. Di particolare efficacia è la presenza della co-protagonista, che dona scopo a tutte le azioni della vicenda. La minaccia, umana e non, serve a creare conflitto e senso d’insicurezza, ancorando il lettore alla pagina frase dopo frase verso un finale aperto, ma soprattutto aperto alla speranza per un futuro meno brutale e incerto. Le influenze di noti romanzi, americani e non, è indubbia, così come, forse, una città italiana ben precisa e riconoscibile sarebbe stata preferibile a una generica città moderna come ambientazione specifica: ma qui si entra nell’ambito dei gusti personali e negli auspici di chi legge. Resta un buon racconto, ben scritto e ottimamente strutturato, un esordio molto promettente nell’ambito di una collana che sta crescendo ad ogni uscita e che sta permettendo a non pochi esordienti di farsi conoscere confrontandosi con un genere, la distopia, che in Italia sta indubbiamente crescendo e migliorando, alzando gli standard e promuovendo una via italiana alla fantascienza distopica d’indubbio valore e con nuove, notevoli prospettive.



“Un corpicino esile, insignificante, si districa da quella matassa di coperte. Indossa un paio di pantaloni grigi e una giacca di jeans con dei coniglietti di strass rosa.

– Prendi la coperta – aggiungo, cercando di sorridere. – È freddo fuori.

Raccoglie il plaid e se lo avvolge sulle spalle. È azzurro, con delle nuvolette bianche disegnate. È macchiato e sporco, come lei e me. Come ogni cosa, del resto.

– Vieni, stammi vicina. Le strade sono pericolose.”

Roberto Risso

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