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Recensione : Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury

La terza uscita della bella collana 70 anni di futuro ci ripropone un grande classico della fantascienza: Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury, pubblicato originariamente nel 1962 e tradotto in italiano nel 1967 (nella collana Galassia).
In realtà non è facile collocare il romanzo in un genere ben definito, qui l’autore spazia dal fantastico al fantasy al surreale. Il titolo originario “Something Wicked This Way Comes” (Sta per accadere qualcosa di spiacevole) è ancora più enigmatico. E la trama di conseguenza non è facile da sintetizzare, o meglio qualsiasi riassunto sarà inadeguato rispetto allo sviluppo della scrittura, talvolta sognante e poetica, altre volte fredda e tagliente come una lama d’acciaio.

TRAMA

I protagonisti dono due ragazzini di tredici anni, Will e Jim e il padre di Will, un bibliotecario. La vicenda è ambientata in un paesino di provincia nell’Illinois. Un giorno da un binario morto della ferrovia arriva un treno che porta uno strano circo guidato dal signor Dark, l’Uomo Illustrato, un uomo interamente tatuato, e circondato da fenomeni da baraccone: il Bevitore di Lava, L’Uomo Elettrico, il Mostro Mongolfiera, La ghigliottina del demonio, lo Scheletro, la Strega della polvere.
I ragazzi incuriositi, si avvicinano e scoprono che uno dei nuovi arrivati, è salito sulla giostra che girava al contrario, così come l’organetto suonava anch’esso a rovescio ed è magicamente ringiovanito, un anno per ogni giro di giostra. Il signor Dark li attira regalando loro dei biglietti gratis per la giostra. I ragazzi impauriti dagli effetti della giostra e di altre attrazioni come il labirinto degli specchi, che mostra come ognuno sarà avvicinandosi alla morte, fuggono inseguiti dal signor Dark. Durante la notte una mongolfiera vola sopra le loro case, dentro il cesto una strega minacciosa, i ragazzi si difendono come possono finché riescono a bucare il pallone.
L’indomani si accorgono che il popolo dell’autunno ha trasformato l’anziana signora Faley in una bambina attirandola sulla giostra. I due ragazzi, ancora braccati dal signor Dark, cercano rifugio nella biblioteca dove il padre di Will prova a difenderli e al contempo si documenta sullo strano circo. Tuttavia i ragazzi vengono raggiunti e ipnotizzati dalla strega della polvere. Il padre per liberarli dovrà entrare nel circo mentre è in corso uno spettacolo e parteciparvi, offrendosi di sparare alla strega che avrebbe dovuto prendere la pallottola coi denti. In realtà la pallottola è fatta di cera che si scioglie all’atto dello sparo. Il padre di Will riesce a uccidere la strega con uno stratagemma e l’intero circo sembra andare in rovina. L’arma segreta del padre è nient’altro che il sorriso, dal momento che la forza malvagia è alimentata dalla paura e dal male. Il popolo dell’autunno è sconfitto. Ma Jim è morto. Per riportarlo in vita bisognerà creare una situazione di musica, balli e risa felici. È l’antidoto a ogni veleno. I due ragazzi e il padre potranno ritornare a casa sani e salvi.

RECENSIONE Il popolo dell’autunno

Ingenuità, fantasia senza limitazioni, magia, c’è un po’ di tutto in questo romanzo ma c’è soprattutto il piacere assoluto della scrittura che diventa fascino puro per il lettore che decida di entrare in questo mondo imprevedibile.
La narrazione talvolta ha l’andatura di un racconto per ragazzi, ma al contempo presenta pagine più riflessive che pongono, anche se in maniera involuta, la problematica generale che sta sullo sfondo: l’alternativa tra il bene e il male, e la forza segreta, misteriosa, ma stupefacente, che entrambe le possibilità possono determinare negli uomini. Il male fa fare cose orribili, ma il bene ha la potenza di opporvisi. Ed è un insegnamento che dovremmo tenere presente soprattutto in questi tempi di guerra.


“Dannazione, Will, tutto questo, tutti loro, il signor Dark e i suoi simili, amano il pianto, mio Dio, amano le lacrime! Gesù, più tu piangi e più quelli bevono il sale sul tuo mento. Gemi, lamentati, e aspireranno il tuo respiro come gatti. Alzati, Will, canta, ma soprattutto ridi, capisci? Ridi!”

STEFANO ZAMPIERI

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