Recensione Notte di Edgar Hilsenrath

Amici di LDFO vi anticipo già che questa recensione di Notte (di Edgar Hilsenrath) sarà un po’ più lunga del solito perché c’è tanto da dire su un’opera di questa portata, pertanto spero abbiate la pazienza di giungere fino alla fine. Ho sentito il richiamo di questo romanzo proprio in questo preciso momento storico perché tragedie che sembravano lontani anni luce da noi, adesso si stanno ripresentando con prepotenza. Mi riferisco agli ultimi accadimenti circa il conflitto Ucraina-Russia, brutali scontri che inevitabilmente finiscono per travolgere degli innocenti (da ambedue i fronti).

Trama

Marzo 1942. Sul ghetto di Prokov – città ucraina occupata dalle truppe romene, alleate con i nazisti – è perennemente notte. Giorno dopo giorno, smarrito in un’atmosfera apocalittica, Ranek combatte per sopravvivere. Antieroe spietato e cinico, è disposto a tutto pur di restare aggrappato alla vita, in un’incessante lotta per il cibo e un posto letto con gli altri personaggi del romanzo, ombre costrette a muoversi nella nebbia che si imprimono nella memoria del lettore.

Rrecensione Notte

Pubblicato da Voland nel 2018 e su traduzione di Roberta Gado, una storia in parte autobiografica – sottolineo in parte – perché l’autore ha voluto prendere le dovute distanze dagli orrori qui narrati evitando di far coincidere la sua identità a quella di Ranek, il protagonista. Nonostante io abbia finito la lettura con il cuore ridotto a brandelli, non mi è ancora chiaro se considerarlo provocatorio oppure no.
Hilsenrath descrive con stile asettico, ma non privo di sentimento un’umanità che regredisce a uno stadio ferino per puro istinto di sopravvivenza. C’è chi vende il proprio corpo, chi picchia e ruba solo per accaparrarsi un po’ di cibo. Eppure i personaggi non risultano stereotipati, anzi ispirano sensazioni che vanno dalla repulsione più assoluta alla commiserazione, fatto sta che è davvero impossibile restare indifferenti e non provare rabbia o dolore di fronte a certe circostanze. La cornice storica, quella della Seconda Guerra Mondiale, è relegata ai margini; l’autore sceglie di focalizzarsi su quello che la guerra determina: decadimento (morale e fisico) e squallore.

È un romanzo tragico, nerissimo come la notte. L’inferno è sulla Terra trasposto nel ghetto di Prokov, bolgia della bestialità umana, che diventa microcosmo dello sconvolgimento della guerra in cui si respira un’aria mefitica piena di odio, egoismo e sfiducia.
L’autore si mette a sciorinare orrori su orrori, rasentando quasi la mono-tematicità. Questa costante finisce quasi per anestetizzarti durante la lettura, ti senti sommerso dalla mole di violenza così reiterata e per nulla patinata. Si avverte come una durezza data dalla mancanza di un linguaggio emozionale, non mi viene in mente un altro aggettivo per definirlo. È un libro controverso imperniato su una scrittura priva di ogni abbellimento stilistico, ciò che leggiamo è la nuda e cruda realtà dei fatti e, tuttavia, il risultato è comunque complesso. Le domande che riecheggiano sono: “A cosa può spingerti la disperazione?”, “Sacrificheresti tutto, perfino te stesso, per un tozzo di pane?”.

– Avevamo una vita così pacifica, così regolare. […] Come si viveva una volta… Senza angosce?

– Ho smesso di pensare al passato. Non esiste più.

Non mi capita spesso di provare emozioni così forti però ne è valsa la pena. Un mio modo di leggere – forse sbagliato o forse no – è divorare il testo quando mi avvince mentre in questo caso ho dovuto dilazionare la lettura in più giorni di quelli che preventivavo. Sentivo proprio il bisogno psicologico di allentare la morsa stringente di queste brutture che ogni guerra, ahimè, ha come stendardo, perché è stato come andare in “sovraccarico”. Si viene risucchiati dal vortice di nefandezze e grigiore ciò nonostante, per fortuna, restiamo solo spettatori passivi. Hilsenrath è stato in grado di “disumanizzare” le vittime, che vengono investite da un cinismo che le spinge a diventare giocoforza predatori, perpetrando a loro volta quei comportamenti che loro stessi hanno condannato: razziano, fanno uscire allo scoperto gli istinti più animaleschi violentando e regredendo nel commettere atrocità e soprusi. La fame, talvolta, spinge a fare cose che mai prima d’ora avremmo creduto di poter compiere. Vige imperante la legge del più forte Ranek è testimone e parte attiva di un accantonamento dei valori che ci rendono esseri umani: vengono messi da parte compassione e solidarietà per porre davanti sé stessi. L’obiettivo è sopravvivere a qualunque costo, ci si aggrappa con tutte le forze a quella che, anche se miserabile, è pur sempre vita.
È tangibile il dramma, inevitabile la solitudine.

Capita di voler evitare letture di questo tipo perché ti sbattono in faccia la cruda realtà dei fatti, fatti che hanno un fondamento storico e non sono assolutamente frutto di una fervida immaginazione. Quando mi trovo di fronte a romanzi di questa portata, consigliarli a cuor leggero non è facile. Ci si arrovella su questioni che spesso diamo per scontate: moralità e dignità in primis, ma anche il falso buonismo del genere umano che finalmente viene allo scoperto davanti all’istinto di sopravvivenza. Leggerlo non è stato semplice proprio per gli argomenti trattati, tuttavia se vi fidate della mia opinione sono assolutamente certa che vi resterà impresso a lungo.

Elisa R

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