Recensione Dottor futuro di Philip K. Dick

Jim Parsons è un medico di talento, abile nelle più avanzate tecniche mediche e occupato a salvare vite umane. Ma un incidente stradale lo proietta improvvisamente a centinaia di anni di distanza, nella San Francisco del futuro, dove Parsons scopre con orrore una civiltà incredibilmente avanzata dal punto di vista genetico, ma guidata da discutibili valori etici e in preda a lotte intestine tra fazioni rivali; una società che abbraccia il culto della morte e si fonda sulla distruzione e sulla violenza. Si trova quindi intrappolato tra il suo istinto, che lo spingerebbe a guarire le persone, e il conflitto con una realtà in cui è illegale impegnarsi per salvare vite umane. Ma Parsons non è l’unico a credere che la vita abbia un valore da preservare; e coloro che condividono le sue convinzioni stanno mettendo a punto dei piani per sfruttare le sue competenze mediche e salvare così un’idea di futuro.

RECENSIONE

Il romanzo “Dottor Futuro” (titolo originale Dr Futurity del 1960) è sicuramente , a mio modo di vedere, uno dei più originali e divertenti dei tanti romanzi dickiani anche se non è scevro dalle solite caotiche capriole nella trama, per altro in parte inevitabili visto che il tema è quello dei viaggi nel tempo e sappiamo bene che in questo campo i paradossi che si aprono sono infiniti.

Il protagonista è Jim Parsons, un medico che improvvisamente coinvolto in un incidente d’auto si trova catapultato in una realtà futura.

La prima parte del racconto è volta alla descrizione di questa strana società futura nella quale i maschi sono tutti sterilizzati e le nascite avvengono in modo artificiale, secondo un principio in base al quale il numero degli esseri umani viventi è sempre lo stesso, per cui ad ogni morte si mette in cantiere una nascita. Una forma di eugenetica conservativa gestita da una autorità centrale.

Parsons scopre di essere stato prelevato appositamente con lo scopo di riportare in vita un individuo morto trentacinque anni prima e conservato in una criostruttura. Perché nella società futura i medici sono stati cancellati, la morte è accettata senza alcuna remora, e persino prodotta senza scrupolo e senza pietà.
Egli dunque riesce a riportare in vita l’uomo e scopre che si tratta del capo di una specie di setta, un gruppo di persone che vorrebbero cancellare il predominio dei bianchi sul mondo americano. A questo fine hanno progettato di uccidere Francis Drake che nel XVI secolo ha imposto il dominio britannico sui territori del nord America.
Avendo scoperto il modo per muoversi liberamente nel tempo con delle apposite navicelle, l’individuo ha infatti cercato di uccider Drake ma è rimasto a sua volta ucciso da una freccia.


Parsons accompagna una spedizione che torna al momento della morte e scopre di essere stato lui stesso la causa del decesso.
Qui cominciano una serie di spostamenti avanti e indietro nel tempo attraverso i quale Parsons cerca di salvare se stesso. Non sveliamo tutti i risvolti narrativi e i tentativi davvero imprevedibili di manomettere il corso degli eventi, possiamo però rivelare che alla fine il nostro protagonista riuscirà a tornare a casa nella San Francisco del suo tempo.


Il futuro disegnato da Dick va detto, ha qui qualcosa di davvero inquietante, la perdita del senso della morte e della vita mostra un esempio, uno dei tanti, di società perfetta ma invivibile, alla quale egli sembra contrapporre una dinamica di rapporti imperfetta, il protagonista avrà alla fine due famiglie, una nel presente e una nel futuro, ma umana.
L’altro filone della narrazione introduce quasi una contro storia, l’idea cioè che il predominio dei bianchi colonizzatori a danno dei nativi sia fondamentalmente un atto di ingiustizia che meriterebbe di essere sanato, è molto insolita per l’epoca, ricordiamo che il romanzo è stato scritto alla fine degli anni ’50, quando una certa sensibilità rispetto ai nativi era ancora ben lungi dall’apparire e dominava invece l’epopea western del colonizzatore buono contro gli indiani cattivi.


Anche in questo caso Dick getta un seme che poi non si preoccuperà molto di far crescere. Ma si sa i semi, anche sotto la terra, prima o poi germogliano.

STEFANO ZAMPIERI

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